29/05/16

Si potrebbe quasi mangiare fuori

Quello che conta è il «quasi», e il condizionale. A tutta prima, sembra una pazzia. Siamo all’inizio di marzo, abbiamo avuto una settimana di pioggia. E poi, da stamani, è spuntato il sole, con un’intensità smorzata, una forza tranquilla. Il pranzo è pronto, la tavola apparecchiata. Ma anche dentro, tutto è cambiato. La finestra socchiusa, i rumori di fuori, una leggerezza nell’aria.
«Si potrebbe quasi mangiare fuori.» La frase arriva sempre nello stesso istante. Proprio prima di mettersi a tavola, quando sembra troppo tardi per sovvertire il corso del tempo, quando l’antipasto è già sulla tovaglia. Troppo tardi? Il futuro lo decidi tu. Forse sarai così pazzo da precipitarti fuori, a passare lo straccio sul tavolo del giardino, a suggerire maglioni, a canalizzare l’aiuto che ciascuno offre con brio maldestro. Oppure ti rassegnerai a mangiare al caldo – le sedie sono troppo bagnate, l’erba così alta…
Poco importa. Quello che conta è il momento della frase.Si potrebbe quasi… È bella la vita al condizionale, come nell’infanzia «Potremmo fare così, tu sei…» Una vita inventata che prende in contropiede le certezze. Una vita quasi: l’aria fresca a portata di mano. Una fantasia modesta, una ventata di saggia follia che cambia tutto senza cambiare niente…
Talvolta  diciamo: «Si sarebbe quasi potuto» Questa è la frase triste degli adulti che hanno mantenuto in equilibrio sul vaso di Pandora solo la nostalgia. Ma ci sono delle volte in cui cogliamo il giorno nel momento fluttuante delle possibilità, nel momento delicato di un’esitazione onesta, senza orientare in anticipo il giogo della bilancia. Ci sono giorni in cui si potrebbe quasi.

(Si potrebbe quasi mangiare fuori)

[Philippe Delerm,  La prima sorsata di birra. E altri piccoli piaceri della vita, Frassinelli, 1998, pag. 25-26]

Nessun commento:

Posta un commento