29/05/16

Si potrebbe quasi mangiare fuori

Quello che conta è il «quasi», e il condizionale. A tutta prima, sembra una pazzia. Siamo all’inizio di marzo, abbiamo avuto una settimana di pioggia. E poi, da stamani, è spuntato il sole, con un’intensità smorzata, una forza tranquilla. Il pranzo è pronto, la tavola apparecchiata. Ma anche dentro, tutto è cambiato. La finestra socchiusa, i rumori di fuori, una leggerezza nell’aria.
«Si potrebbe quasi mangiare fuori.» La frase arriva sempre nello stesso istante. Proprio prima di mettersi a tavola, quando sembra troppo tardi per sovvertire il corso del tempo, quando l’antipasto è già sulla tovaglia. Troppo tardi? Il futuro lo decidi tu. Forse sarai così pazzo da precipitarti fuori, a passare lo straccio sul tavolo del giardino, a suggerire maglioni, a canalizzare l’aiuto che ciascuno offre con brio maldestro. Oppure ti rassegnerai a mangiare al caldo – le sedie sono troppo bagnate, l’erba così alta…
Poco importa. Quello che conta è il momento della frase.Si potrebbe quasi… È bella la vita al condizionale, come nell’infanzia «Potremmo fare così, tu sei…» Una vita inventata che prende in contropiede le certezze. Una vita quasi: l’aria fresca a portata di mano. Una fantasia modesta, una ventata di saggia follia che cambia tutto senza cambiare niente…
Talvolta  diciamo: «Si sarebbe quasi potuto» Questa è la frase triste degli adulti che hanno mantenuto in equilibrio sul vaso di Pandora solo la nostalgia. Ma ci sono delle volte in cui cogliamo il giorno nel momento fluttuante delle possibilità, nel momento delicato di un’esitazione onesta, senza orientare in anticipo il giogo della bilancia. Ci sono giorni in cui si potrebbe quasi.

(Si potrebbe quasi mangiare fuori)

[Philippe Delerm,  La prima sorsata di birra. E altri piccoli piaceri della vita, Frassinelli, 1998, pag. 25-26]

27/01/16

Contro il colonialismo digitale

Il colore del Quartiere Latino a Parigi si palesa a chi alza un poco la testa, a chi guarda dentro le case a partire dal primo piano, che raramente hanno tende e mai persiane o veneziane. Le finestre bevono una luce poco generosa per facilitare la vita degli abitanti i quali, primariamente, sono lettori; e difatti si intravedono ovunque libri, sulle mensole, sui davanzali, in pile instabili, illuminati obliquamente da un abat-jour, nascosti dietro una poltrona in cui a volte, leggendo, ci si assopisce. Ho spesso una fantasia in cui i libri invadono anche le strade, scivolano lungo i vicoli in pendenza, si ammonticchiano negli angoli. I lettori si chinano a raccogliere un romanzo, un saggio, e si siedono su un marciapiede a sfogliarne le pagine. Le luci che filtrano la sera dalle case non sono quelle pulsanti e azzurre di schermi televisivi sempre più grandi e sempre più piatti, ma i riflessi gialli e silenziosi delle lampade da comodino. Donne anziane e ragazze sole si addormentano con un libro aperto tra le mani. L’estate piace meno dell’inverno, perché le sue sere sono più brevi e sostanzialmente inutili;  altri amano l’ora legale per poter rincorrere palline su un campo da tennis al fresco, ma qui si sente solo un’eco stinta dei rimbalzi. Le sere invernali cominciano presto e si può leggere sin da prima di cena.

[Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere, Bari, Laterza, 2013, pag. 6]