30/03/15

Expo 58

Proprio allora Thomas fece una curva sulla strada ed esso apparve alla vista: l'Atomium. Emily ed Anneke stavano pedalando insieme, fianco a fianco, una ventina di metri davanti a lui, e i luccicanti globi del monumento surreale di André Waterkeyn erano tra loro, incorniciati da loro. Il sole della sera brillava e rimbalzava dalle lisce, massicce curve ed ellissi della struttura che s'impennava arrogante al di sopra delle cime degli alberi del parco dell'Expo. Thomas smise di pedalare e proseguì a ruota libera, a bocca aperta; non c'era dubbio, adesso, su cosa rappresentava quel quadro: era il suo futuro: seducente, invitante, prima inimmaginabile nelle sue forme e contorni, illuminato su tutti i lati da luccicanti, chiaroveggenti fasci di luce, e soprattutto moderno: moderno in modo irresistibile e senza precedenti.Un futuro che adesso avrà l'opportunità di condividere vuoi qui in Europa, con Anneke, vuoi forse nella lontana America, con la compagnia più burrascosa e vivace di Emily. 
E dunque era stabilito. Non gli restava altro da fare che una semplice scelta.

[Jonathan Coe, Expo 58, Milano, Feltrinelli, 2013, pag. 218]

16/03/15

Il naso

Ecco dunque quale storia accadde nella nordica capitale del nostro stato! Ora soltanto, considerando tutto, vediamo che in essa c'è molto d'inverosimile. Per non dire del fatto che il distacco soprannaturale del naso e la sua comparsa in vari luoghi sotto le spoglie d'un consigliere di stato è una cosa troppo strana. Come aveva potuto Kovalèv non capire che non si può mettere un avviso su un giornale a proposito d'un naso? Non lo dico qui nel senso che il prezzo per l'annuncio sarebbe stato troppo caro: questa è una sciocchezza, io non appartengo affatto al novero delle persone attaccate al denaro. Ma è sconveniente, imbarazzante, non sta bene! E poi ancora: come fece il naso a trovarsi nel pane appena sfornato, e come lo stesso Ivàn Jakovlèvič ... Ma la cosa più strana, più incomprensibile di tutte è che gli scrittori possano dedicarsi a simili argomenti. Lo riconosco, questo è davvero inconcepibile, è davvero ... no, no, non posso proprio capire. In primo luogo, non ne viene decisamente alcun vantaggio per la patria; in secondo luogo... ma anche in secondo luogo non ne viene alcun vantaggio. Semplicemente, non so che mai significhi tutto questo...
E tuttavia, malgrado ciò, si può anche ammettere e l'una e l'altra cosa, e anche una terza... già, perché dov'è che non si verificano delle cose inverosimili? E a rifletterci bene, in tutto questo, davvero qualche cosa c'è. Si può dir quello che si vuole, ma simili avvenimenti al mondo accadano, di rado, ma accadono.

(Il naso)

[Gogol, I racconti di Pietroburgo, Milano, Garzanti, 1977, pag. 69-70]

09/03/15

Come un romanzo

In fatto di lettura, noi "lettori", ci accordiamo tutti i diritti, a cominciare da quelli negati ai giovani che affermiamo di voler iniziare alla lettura.
  1. Il diritto di non leggere
  2. Il diritto di saltare le pagine.
  3. Il diritto di non finire un libro.
  4. Il diritto di rileggere.
  5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
  6. Il diritto al bovarismo.
  7. Il diritto di leggere ovunque.
  8. Il diritto di spizzicare.
  9. Il diritto di leggere a voce alta.
  10. Il diritto di tacere.
Mi fermerò arbitrariamente al numero 10, in primo luogo perché fa cifra tonda e poi perché è il numero sacro dei famosi Comandamenti ed è bello, per una volta, vederlo servire a una lista di autorizzazioni.
Poiché se vogliamo che mio figlio, mia figlia, i giovani leggano è tempo di concedere loro i diritti che accordiamo a noi stessi.

[Daniel Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1994, pag. 57]

02/03/15

Il francobollo egiziano

I luoghi dove i pietroburghesi si danno convegno, consacrati dal tempo, dal color acquamarina del cielo e dalla Neva, non sono poi così vari. Li si potrebbe segnare con qualche crocetta sulla mappa della città, in mezzo ai giardini dalle chiome grevi e alle strade di cartapesta.

(Il francobollo egiziano)

[Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo e altri scritti, Milano, Adelphi, 2012, pag. 102]

23/02/15

La crisi della modernità

Ma che  cos’è dopo tutto questo postmodernismo di cui molti ora parlano? È davvero cambiata così tanto la vita sociale a partire dai primi anni settanta da permetterci ragionevolmente di dire che viviamo in una cultura postmoderna, in un’era postmoderna? Oppure è semplicemente accaduto che le tendenze della cultura alta sono cambiate, come spesso accade, e sono cambiate pure le mode accademiche con effetti assolutamente marginali sulla vita quotidiana della gente comune? Il libro di Raban [Soft City N.d.R] ci dice che non si tratta semplicemente  dell’ultimo capriccio intellettuale importato da Parigi o dell’ultima piroetta del mercato dell’arte di New York. E non si tratta semplicemente del cambiamento di stile architettonico registrato da Jencks [The language of post-modern architecture N.d.R], anche se qui ci avviciniamo ad un campo che, con la costruzione di forme concrete, può portare le elaborazioni culturali più alte nei pressi della vita quotidiana. Ci sono stati effettivamente dei grossi cambiamenti nella qualità della vita urbana a partire, pressappoco, dal 1970. Se questi cambiamenti meritino la definizione di «postmoderno», è un’altra questione. La risposta dipende direttamente, come è ovvio, da ciò che intendiamo con quel termine. E qui ci troviamo davvero alle prese con gli ultimi capricci intellettuali importati da Parigi e con le ultime piroette del mercato dell’arte di New York, perché è da quei fermenti che è emerso il concetto di «postmoderno».
Non c’è accordo sul significato del termine, se non, forse, per quanto riguarda il fatto che il «postmodernismo» rappresenta una sorta di reazione o di allontanamento al modernismo. Poiché il significato di modernismo è molto confuso, la reazione o l’allontanamento indicati con la parola «postmodernismo» lo sono doppiamente. Il critico letterario Terry Eagleton  cerca di definire il termine così:
C’è, forse, un certo consenso sul fatto che il tipico prodotto postmodernista è giocoso, autoironico e addirittura schizoide; e reagisce all’austera autonomia dell’alto modernismo abbracciando spudoratamente la lingua del commercio e dei beni di scambio. La sua posizione nei confronti della tradizione culturale, è una sorta di pastiche irriverente, e la sua deliberata superficialità incrina tutte le solennità metafisiche, a volte con una brutale estetica dello squallore e dello shock.
Io sono più positivo, i responsabili della rivista di architettura «PRECIS 6» considerano il postmodernismo una reazione legittima alla «monotonia» della visione del mondo propria del modernismo universale. «Visto generalmente come positivistico, tecnocentrico e razionalistico, il modernismo universale è stato identificato con la fede nel progresso lineare, nelle verità assolute, nella pianificazione razionale di ordini sociali ideali e nella standardizzazione della conoscenza e della produzione.» Il postmodernismo, al contrario, predilige «l'eterogeneità e la differenza quali forze liberatrici nella ridefinizione del discorso culturale». La frammentazione, l'indeterminatezza, e la profonda sfiducia in tutti i linguaggi universali o «totalizzanti» (per usare l'espressione preferita) sono il contrassegno del pensiero postmodernista.

[David Harvey, La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 2010, pag. 20-21]

16/02/15

Le Cosmicomiche

Una volta, secondo sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla terra. furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano: le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia.

Lo so bene! - esclamò il vecchio Qfwfq, - voi non ve ne potete ricordare ma io sí. L'avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: quand'era plenilunio - notti chiare come di giorno, ma d'una luce color burro -, pareva che ci schiacciasse; quand'era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a lunacrescente veniva avanti a corna cosí basse che pareva lí lí per infilzare la cresta d'un promontorio e restarci ancorata. Ma tutto il meccanismo delle fasi andava diversamente che oggigiorno: per via che le distanze dal Sole erano diverse, e le orbite, e l'inclinazione non ricordo di che cosa; eclissi poi, con Terra e Luna cosí appiccicate, ce n'erano tutti i momenti; figuriamoci se quelle due  bestione non trovavano modo di farsi continuamente ombra a vicenda.
L'orbita? ellittica, si capisce, ellittica: un po' ci s'appiattiva addosso e un po' prendeva il volo. Le maree, quando la Luna si faceva più sotto, salivano che non le teneva più nessuno. C'erano delle notti di plenilunio basso basso  e d'altamarea alta alta che se la Luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri. Se non abbiamo mai provato a salirci? E come no? Bastava andarci proprio sotto con la barca, appoggiarci una scala a pioli e montar su.

(La distanza della luna)

[Italo Calvino, Le Cosmicomiche, Torino, Einaudi, 1965, pag. 9-10]


02/02/15

500 anni di tennis

Li vedo tutti riuniti, i Campioni, intorno al verde Centre Court di Wimbledon, sospeso nel tempo dorato, “così stranamente immortale” e penso a “un grande occhio celeste il quale da fuori, di tra le sbarre” della Doherty Gates “attonito per sempre lo guardi”. Tempo è di riporre gli strumenti di questo lungo, paziente, umile collage di parole altrui, tempo è di dire, con il poeta:

Adieux la raquette sonore
Les crix anglais
Les gestes blancs.
Le seul jeux de ce jaune octobre
est de s’embrasser
sur le bancs.

Addio racchetta sonora
grida inglesi
gesti bianchi.
Il solo gioco di questo giallo ottobre
è darsi baci
sui banchi.


[Gianni Clerici500 anni di tennis, Milano, Mondadori, 1974, pag. 315]

26/01/15

Apologia della storia

Ogni volta che le nostre anguste società, in continua crisi di crescenza, prendono a dubitare di se stesse, esse si domandano se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato, oppure se l'abbiano interrogato bene. Leggete ciò che si scriveva prima della guerra, ciò che si potrebbe scrivere ancor oggi: quasi immancabilmente, udrete tale inquietudine unire la sua voce alle altre diffuse inquietudini del tempo presente. In pieno dramma, mi fu dato di coglierne un' eco assolutamente spontanea. Eravamo nel giugno 1940, proprio il giorno, se ben ricordo dell'ingresso dei Tedeschi a Parigi. Nel giardino normanno in cui il nostro Stato Maggiore, privo di truppe, si cullava nell'ozio, noi rimuginavamo le cause del disastro. «Dobbiamo, dunque, credere che la storia ci ha ingannati?» mormorò uno di noi.

[Marc Bloch, Apologia della storia, Torino, Einaudi, 1969, pag. 25]

19/01/15

Uno, nessuno e centomila

Siamo molto superficiali, io e voi. Non andiamo ben addentro allo scherzo, che è più profondo e radicale, cari miei. E consiste in questo: che l'essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze che esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l'essere che in quella forma e in quell'atto ci appare.
E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che una data forma, un dato atto non è questo e non è così. Ma inevitabilmente, poco dopo, se ci spostiamo d'un punto, ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è questo e non è così; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che non sarà mai né questo né così in nessun modo stabile e sicuro; ma ora in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci parranno sbagliati, o tutti veri, che è lo stesso; perché una realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile. La facoltà d'illuderci che la realtà d'oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall'altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d'oggi è destinata a scoprircisi illusione di domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.

[Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, MilanoRCS editori, 2003, pag. 82]

12/01/15

Le cose

Gli sarebbe piaciuto essere ricchi. Credevano che avrebbero saputo esserlo. Avrebbero saputo vestirsi, guardare, sorridere come persone ricche. Avrebbero avuto il tatto, la discrezione necessari. Avrebbero dimenticato la loro ricchezza, avrebbero saputo non ostentarla. Non se ne sarebbero vantati. L'avrebbero respirata. I loro piaceri sarebbero stati intensi. Gli sarebbe piaciuto camminare, bighellonare, scegliere, gustare. Gli sarebbe piaciuto vivere. La loro vita sarebbe stata un'arte del vivere. 

[Georges Perec, Le cose. Una storia degli anni sessanta. Torino, Einaudi, 2011, pag. 11]

05/01/15

Non sperate di liberarvi dai libri

Per leggere, è necessario un supporto. Questo supporto non può essere il solo computer. Provate a passare due ore al computer a leggere un romanzo e i vostri occhi diventeranno delle palle da tennis! A casa io ho degli occhiali Polaroid che mi consentono di proteggere gli occhi dai danni di una lettura costante a video ma non è una soluzione sufficiente. Inoltre, il computer dipende dalla presenza dell’elettricità e non ti consente di leggere nella vasca da bagno, né disteso sul fianco a letto. Il libro, quindi, è a conti fatti uno strumento più flessibile. 
Delle due cose, l’ una: o il libro resterà il supporto della lettura o ci sarà qualcosa che rassomiglierà a ciò che il libro non ha mai smesso di essere, anche prima dell’invenzione della stampa. Le variazioni intorno all’oggetto-libro non ne hanno modificato la funzione, né la sintassi, da più di cinquecento anni. Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio.

[Jean-Claude Carrière, Umberto Eco, Non sperate di liberarvi dai libri, Milano, Bompiani, 2009, pag. 16-17]