29/12/14

Amleto

[Atto terzo, scena seconda]

AMLETO Ebbene, Orazio?

ORAZIO Eccomi, padron mio diletto, al tuo servizio.

AMLETO Orazio, tu sei davvero l'uomo più giusto con cui abbia mai avuto a che fare.

ORAZIO O caro padron mio.

AMLETO No, non credere che lo dica per adularti. Perché quale avanzamento potrei sperar dalle tue mani, quando, per nutrirti e vestirti, non puoi disporre d'altra rendita all'infuori della saviezza del tuo spirito? Perché mai si dovrebbe adulare un povero? No, lascia pur che una lingua zuccherina lecchi una assurda pompa, e pieghi le agili giunture del ginocchio là dove il guadagno possa seguire alla piaggeria. Stammi a sentire: da quando la mia preziosa anima fu arbitra delle sue decisioni, e divenne capace di distinguere e valutare gli uomini, la sua scelta ha suggellato te, per se stessa. Poiché tu fosti simile ad uno che, pur soffrendo ogni cosa, non soffre nulla ed han ben accetti, con la stessa riconoscenza, insieme le offese e i premii della sorte. E beati son davvero coloro i cui impulsi e il cui giudizio si offron così ben mescolati ch'essi non somigliano per nulla a una zampogna su cui le dita della Fortuna possan suonare il tasto che le aggrada. Datemi un uomo che non sia schiavo della passione, ed io lo serberò nell'intimo del mio cuore, lo custodirò nel suo più geloso segreto, così com'io faccio con te. [...]

[Willam Shakespeare, Amleto, Milano, BUR, 2004, pag. 96-97]

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