29/12/14

Amleto

[Atto terzo, scena seconda]

AMLETO Ebbene, Orazio?

ORAZIO Eccomi, padron mio diletto, al tuo servizio.

AMLETO Orazio, tu sei davvero l'uomo più giusto con cui abbia mai avuto a che fare.

ORAZIO O caro padron mio.

AMLETO No, non credere che lo dica per adularti. Perché quale avanzamento potrei sperar dalle tue mani, quando, per nutrirti e vestirti, non puoi disporre d'altra rendita all'infuori della saviezza del tuo spirito? Perché mai si dovrebbe adulare un povero? No, lascia pur che una lingua zuccherina lecchi una assurda pompa, e pieghi le agili giunture del ginocchio là dove il guadagno possa seguire alla piaggeria. Stammi a sentire: da quando la mia preziosa anima fu arbitra delle sue decisioni, e divenne capace di distinguere e valutare gli uomini, la sua scelta ha suggellato te, per se stessa. Poiché tu fosti simile ad uno che, pur soffrendo ogni cosa, non soffre nulla ed han ben accetti, con la stessa riconoscenza, insieme le offese e i premii della sorte. E beati son davvero coloro i cui impulsi e il cui giudizio si offron così ben mescolati ch'essi non somigliano per nulla a una zampogna su cui le dita della Fortuna possan suonare il tasto che le aggrada. Datemi un uomo che non sia schiavo della passione, ed io lo serberò nell'intimo del mio cuore, lo custodirò nel suo più geloso segreto, così com'io faccio con te. [...]

[Willam Shakespeare, Amleto, Milano, BUR, 2004, pag. 96-97]

22/12/14

Variazioni Goldberg

[...] le 30 magnifiche Variazioni Goldberg (1742), stupendo scenario di fastosità barocca con maestose scalee secentesche, ritmiche architetture di parchi regali. Scritte per distrarre l'insonnia di un ricco signore, percorrono la più varia gamma di espressioni senza mai smarrire il filo dello sviluppo logico: si spingono talora a scatti giovanili di serenità e gioia, e si immergono (25ª variazione) nelle profondità più misteriose e sacre del dolore umano. Nel giubilo dell'ultima variazione, nel suo magico moltiplicarsi delle voci par quasi d'avvertire come un riso gagliardo d'uomo e di gigante, a termine della meravigliosa fatica. Il tema così gioiosamente affermato, sollevato in alto, lucido e squillante, dopo il lungo travaglio, si scolpisce in quell'istante nell'animo con una forza trascinante. E quando, dopo una breve pausa, rifiorisce l'umile e stupita semplicità della Sarabanda iniziale, si freme di sgomento e di ammirazione nel misurare col ricordo l'immenso, vario, incredibile cammino percorso dietro la guida imperiosa della fantasia di Bach.

 [Massimo, Mila, Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 1993, pag. 150]


15/12/14

La luna e i falò

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l'uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C'è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.

[Cesare Pavese, La luna e i falò, Milano, Oscar Mondadori, 1969, pag. 6-7]


08/12/14

La letteratura vista da lontano

Prendiamo l'Ottocento inglese: un canone di due o trecento romanzi suona tutt'altro che esiguo (e sarebbe in effetti assai più ampio di quello corrente) - eppure coprirebbe pur sempre sì e no l'uno per cento dei romanzi effettivamente pubblicati: ventimila, trentamila, di più, nessuno lo sa di preciso (e il close reading, qui, non aiuta: a leggere un romanzo al giorno, ogni giorno all'anno, ci vorrebbe lo stesso almeno un secolo...). E poi, non è neanche una questione di tempo, ma di metodo: un campo così vasto non lo si capisce cucendo insieme quel che sappiamo di questo o di quell'altro caso isolato, perché non è la somma di tanti casi isolati: è un sistema collettivo, un tutto, che deve essere studiato come tale.

[Franco Moretti, La letteratura vista da lontano, Torino, Einaudi, 2005, pag. 10]

01/12/14

Un paesaggio con centrale nucleare

Ho camminato tre giorni per osservare qualcosa, ma già confuso quello che ho osservato, incerto quello che pensavo, solo incertezza per quello che verrà. Credo che tra pochissimo quasi tutti avremo dimenticato le notizie che solo qualche giorno fa sembravano così impressionanti; saranno roba sfiorita e un po' arcana, con l'effetto che mi facevano le persiane polverose d'una villa abbandonata di Orbetello. 
Deperibilità svelta del cosiddetto "mondo reale", non si distingue bene da un miraggio. Per forza l'intelligenza arriva sempre in ritardo: non lo capisce proprio tutto questo passare e perdersi nell'incerto, la dimenticanza che dovunque ci avvolge e ci porta.

(Un paesaggio con centrale nucleare)

[Gianni Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinelli Editore, 1989, pag. 49]