10/11/14

Storia della lettura

Ben lungi dall'essere scrittori, fondatori di un luogo proprio, eredi, sul terreno del linguaggio, dei contadini del passato, scavatori di pozzi e costruttori di dimore, i lettori sono viaggiatori: circolano sulle terre altrui, come nomadi che cacciano di frodo attraverso i campi che non hanno scritto, razziando i beni d'Egitto per trarne godimento. La scrittura accumula, immagazzina, resiste al tempo stabilendo un luogo e moltiplica la sua produzione mediante l'espansionismo della riproduzione. La lettura non si garantisce contro l'usura del tempo (ci si dimentica e la si dimentica), non conserva o conserva male quanto ha acquisito e ciascuno dei luoghi dove passa è ripetizione del paradiso perduto.
Questo testo di Michel de Certeau  stabilisce una distinzione fondamentale fra la traccia scritta, qualunque essa sia, fissa, durevole, conservatrice, e i suoi lettori, posti sempre nella categoria dell'effimero, della pluralità, dell'invenzione. Definsice così il progetto di questo libro, scritto a più mani, che poggia su due idee fondamentali. La prima è che la lettura non è già iscritta nel testo, senza che esista scarto pensabile tra il senso ad esso attribuito (dall'autore, dall'editore, dalla critica, dalla tradizione...) e l'uso o l'interpretazione che i suoi lettori possono farne. La seconda riconosce che un testo esiste solo in quanto c'è un lettore che gli dà un significato:
Che si tratti del giornale o di Proust, il testo non ha un senso che per i suoi lettori; cambia insieme ad essi; si ordina secondo codici di percezione che gli sfuggono. Diventa testo soltanto nel suo rapportarsi all'esteriorità  del lettore, attraverso un gioco di implicazioni  e di astuzie fra due tipi combinati "di aspettativa": quella che organizza uno spazio leggibile (una letteralità) e quella che organizza un metodo necessario all'effettuazione dell'opera (una lettura).

[Guglielmo Cavallo, Roger Chartier (a cura di), Storia della lettura, Bari, Editori Laterza, 1998, pag. VI]

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