03/11/14

Il matrimonio di Figaro

[Atto quinto, scena terza]

FIGARO [...] - Non potendo avvilire l'intelligenza, tutti si vendicano maltrattandola. - Le guance intanto  mi si scavavano: la pigione era in arretrato: vedevo già  l'orribile figura del cursore arrivare di lontano con la penna infilata nella parrucca; spaventato mi metto a stillarmi il cervello. In quella sorge una discussione sulla natura delle ricchezze;  e siccome, le cose, non è necessario possederle per poterne ragionare, pur non avendo un soldo in tasca mi metto a scrivere sul valore del denaro e sul suo reddito netto: immediatamente, dal fondo d'una carrozza, vedo abbassarsi per me il ponte di una fortezza sulla cui soglia lasciavo la speranza e la libertà. (Si alza) Ah, questi potenti da quattro giorni, che dànno ordini malvagi cosí alla leggera! Come vorrei averne uno fra le mani, dopo che una buona disgrazia gli avesse fatto smaltire l'orgoglio! Gli direi... che tutte le sciocchezze che si stampano diventano importanti solo nei paesi dove si ostacola la loro diffusione; che senza la libertà di biasimare, non esistono elogi lusinghieri; e che soltanto gli uomini piccoli temono i piccoli scritti.

[Beaumarchais, Il matrimonio di Figaro,  TorinoEinaudi, 1943, pag. 155-156]

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