27/10/14

Candido, ovvero un Sogno fatto in Sicilia

Andavano spesso a Parigi. Ogni volta che avevano una vacanza che durasse più di quattro giorni: in modo da starci almeno tre giorni pieni, considerando le ore che ci volevano con l'andare in treno. Non avevano l'automobile; l'avevano come naturalmente rifiutata, abitando quella città da cui le automobili in tutta Italia dilagavano. E una delle ragioni del loro amore a Parigi - oltre quelle dell'amore all'amore, dell'amore alla letteratura, dell'amore alle piccole e vecchie cose e ai piccoli e antichi mestieri - stava nel fatto che vi si poteva ancora camminare, ancora passeggiare, ancora svagatamente andare e fermarsi e guardare. Soltanto a Parigi, per esempio, camminavano tenendosi per mano;  soltanto a Parigi il loro passo assumeva una goduta lentezza. Vi si sentivano insomma sciolti e liberi. Ed era  sì un fatto mentale, un fatto letterario: ma qualcosa c'era negli spazi, nei ritmi dell'architettura e della vita che vi si muoveva, che consentiva all'idea, e magari al luogo comune, che della città si aveva prima di conoscerla. Era una grande città piena di miti letterari, libertari e afrodisiaci  che sconfinano l'uno nell'altro e si fondono: così  come in un nudo di Courbet si sente l'interludio tra un amplesso e l'altro, la Comune e la conversazione con Baudelaire; ma era anche un insieme di paesi piccoli tra i quali scegliere, ritagliare e vivere quello che meglio ci si addice, quello in cui siamo nati o quello in cui abbiamo sognato di vivere. Piccoli paesi che si sfaccettano e ripetono la città grande; grande città che sente la campagna, che se ne alimenta e ne respira, che per emblemi la ripete. «Davanti alle botteghe sostavano dei gatti, agitavano la coda come una bandiera. Stavano fermi con gli occhi che osservavano attenti, come cani da guardia davanti ai cesti d'insalata verde e di carote gialle, di cavoli dai riflessi bluastri e di rosati ravanelli. Le botteghe sembravano orti ... Le terrazze dei caffè fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto di giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole. Lungo i margini c'erano alberi e chioschi, pareva che gli alberi vendessero giornali. Nelle vetrine la merce danzava alla rinfusa, ma in un ordine ben preciso e sempre soprannaturale. Le guardie nelle strade andavano a passeggio, già, a passeggio, una pellegrina sulla spalla destra o sulla sinistra; che quell'indumento dovesse proteggere dalla grandine e da un acquazzone era ben strano. Tutti la portavano con una fiducia incrollabile nella qualità della stoffa o nella bontà del cielo - chi può saperlo? Non giravano come guardie, ma come della gente che non ha da fare e ha tempo per vedersi il mondo».    

[Leonardo Sciascia, Candido, ovvero un Sogno fatto in Sicilia, Torino, Einaudi, 1977, pag. 121-122]


20/10/14

La fattoria degli animali

Per una volta, Beniamino accettò di venir meno alle proprie regole e lesse per lei ciò che era scritto sul muro. Non c'era scritto più niente, se non un unico Comandamento che diceva:

TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI
MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÚ UGUALI DEGLI ALTRI.

[George Orwell, La fattoria degli animali, Milano, Mondadori, 2013, pag. 106-107]

13/10/14

Il Tartuffo, ovvero l'impostore

[PRIMO PLACET presentato al Re sulla commedia del Tartuffo]

SIRE
    Il compito della commedia essendo quello di correggere gli uomini divertendoli, ho pensato che non avrei potuto far nulla di meglio, nella carica che ricopro, che muover guerra ai vizi del nostro tempo dipingendoli in modo ridicolo; e dal momento che l'ipocrisia è senza dubbio uno dei vizi più alla moda, più fastidiosi e più pericolosi, ho pensato SIRE, che avrei reso un non piccolo servigio a tutte le persone dabbene del vostro regno preparando una commedia che descrivesse gli ipocriti smascherandone a dovere tutte le studiate messinscene di questa gente dall'onestà a oltranza, tutte le sotterranee birbonate di questi falsari della devozione, che si propongono di far cadere in trappola il prossimo loro con un finto zelo e una sofisticata carità.

(Il Tartuffo)

[Luigi Lunari (a cura di), Molière. Commedie, MilanoBUR, 2006, pag. 133]


06/10/14

Il barone rampante

Cosimo era sull'elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c'era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall'albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento. Il viale aveva tutt' un'altra prospettiva, e le aiole, le ortensie, le camelie, il tavolino di ferro per prendere il caffè in giardino. Più in là le chiome degli alberi si sfittivano e l'ortaglia digradava in piccoli campi a scala, sostenuti da muri di pietre; il dosso era scuro di oliveti, e, dietro, l'abitato d'Ombrosa sporgeva i suoi tetti di mattone sbiadito e ardesia, e ne spuntavano pennoni di bastimenti, là dove sotto c'era il porto. In fondo si stendeva il mare, alto d'orizzonte, ed un lento veliero vi passava.

[Italo Calvino, Il barone rampante, MilanoMondadori, 1993, pag. 16]