22/09/14

Economia e pazzia

Il bulbo, insomma, non è più, come il fiore reciso, un bene di consumo. Diventa un bene d'investimento (in mano a un vivaista) o un bene patrimoniale (in mano a un privato). Diventa un'attività. Si capisce allora come un'amata bisognosa, oltre che di affetto, di conforto finanziario, possa desiderare un bulbo più che un fiore. E si capisce come, in certe circostanze, un bulbo, di giglio o di tulipano, possa acquistare un grande valore. Come uno stallone purosangue, che porta in sé i semi di una discendenza capace di vincere ricchi premi alle corse, un bulbo raro e bello porta in sé una discendenza capace di "comandare" altri prezzi per gli appassionati di fiori.
Che cosa fu, allora, la crisi dei tulipani? Fu, tecnicamente parlando, una "crisi dei bulbi da tulipano", un episodio in cui il bulbo, grumo di ricchezza futura, venne scambiato in una pubblica "Borsa" in un crescendo di prezzi e quantità che perse presto ogni contatto con la realtà sottostante, fino al giorno in cui la paura prese il sopravvento sull'avidità, fino al giorno in cui il "cerino acceso" scottò tra le mani di qualcuno, fino al giorno in cui il dolore della scottatura e il timore dell'incendio spinsero la gente a sbarazzarsi dei bulbi, accalcandosi verso le uscite del mercato come la folla che cerca di uscire da un cinema in fiamme...
La crisi dei tulipani non fu diversa, insomma, nei suoi meccanismi di fondo di tante altre crisi finanziarie. E proprio qui sta il suo valore. Sta nel constatare che nella prima parte del Seicento (la bolla dei bulbi) e quasi quattro secoli dopo (la bolla delle società Internet) le stesse emozioni e gli stessi meccanismi continuano a giocare nell'animo umano. La storia finanziaria, insomma, non è maestra di vita.

[Fabrizio Galimberti, Economia e pazzia. Crisi finanziarie di ieri e di oggi, Bari, Laterza, 2003, pag. 27-28]

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