29/09/14

Vita nuova

In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello, e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

[Dante Alighieri, Vita nuova, Milano: Garzanti, 1982, pag.1]

22/09/14

Economia e pazzia

Il bulbo, insomma, non è più, come il fiore reciso, un bene di consumo. Diventa un bene d'investimento (in mano a un vivaista) o un bene patrimoniale (in mano a un privato). Diventa un'attività. Si capisce allora come un'amata bisognosa, oltre che di affetto, di conforto finanziario, possa desiderare un bulbo più che un fiore. E si capisce come, in certe circostanze, un bulbo, di giglio o di tulipano, possa acquistare un grande valore. Come uno stallone purosangue, che porta in sé i semi di una discendenza capace di vincere ricchi premi alle corse, un bulbo raro e bello porta in sé una discendenza capace di "comandare" altri prezzi per gli appassionati di fiori.
Che cosa fu, allora, la crisi dei tulipani? Fu, tecnicamente parlando, una "crisi dei bulbi da tulipano", un episodio in cui il bulbo, grumo di ricchezza futura, venne scambiato in una pubblica "Borsa" in un crescendo di prezzi e quantità che perse presto ogni contatto con la realtà sottostante, fino al giorno in cui la paura prese il sopravvento sull'avidità, fino al giorno in cui il "cerino acceso" scottò tra le mani di qualcuno, fino al giorno in cui il dolore della scottatura e il timore dell'incendio spinsero la gente a sbarazzarsi dei bulbi, accalcandosi verso le uscite del mercato come la folla che cerca di uscire da un cinema in fiamme...
La crisi dei tulipani non fu diversa, insomma, nei suoi meccanismi di fondo di tante altre crisi finanziarie. E proprio qui sta il suo valore. Sta nel constatare che nella prima parte del Seicento (la bolla dei bulbi) e quasi quattro secoli dopo (la bolla delle società Internet) le stesse emozioni e gli stessi meccanismi continuano a giocare nell'animo umano. La storia finanziaria, insomma, non è maestra di vita.

[Fabrizio Galimberti, Economia e pazzia. Crisi finanziarie di ieri e di oggi, Bari, Laterza, 2003, pag. 27-28]

15/09/14

Eric Rohmer

«La gente nei miei film non esprime idee astratte - afferma Rohmer - non c'è neppure un'ideologia, se non molto implicita,  ma rivela che cosa pensa dei rapporti tra uomini e donne, dell'amicizia, dell'amore, del desiderio, della propria concezione della vita, della felicità, della noia, del lavoro, del tempo libero: tutte cose che sono già state discusse, ma spesso in maniera indiretta, nel contesto di una trama drammatica. I miei film sono puri lavori di fiction, non mi dichiaro un sociologo, non faccio indagini e non compilo statistiche. Prendo semplicemente dei singoli casi, che ho inventato io e che non hanno nulla di scientifico. Il fatto che la giovane generazione oggi abbia una certa mentalità non mi interessa. Mi interessa solo mostrare come sono i giovani oggi, ma anche come avrebbero potuto essere se fossero vissuti quindici anni fa o centinaia di anni fa; addirittura gli eventi dei miei film potrebbero realizzarsi nell' antica Grecia, perché sono cose che cambiano poco. Per me è interessante ciò che rimane permanente ed eterno e che non cambia» (Piccolo dizionario rohmeriano, a cura di Chiara Mariani, I quaderni del Lumière, n. 12, 1995).

[Giancarlo Zappoli, Eric Rohmer, Milano, Il Castoro, 1998, pag. 73-74]

08/09/14

La peste

“[...] Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Questo le sembrerà forse un pò semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. [...]”

[Albert Camus, La peste, Milano, Bompiani, 2011, pag. 196]

01/09/14

Non si vede niente

So già dove volete arrivare: direte che esagero, che indulgo a quel piacere ma che sovrainterpreto. Quanto al piacere, non chiedo di meglio, ma per le sovraintepretazioni siete voi che esagerate.
É vero: in questa lumaca ci vedo moltissime cose; ma dopotutto se il pittore l'ha dipinta in questo modo, è proprio perché la si veda, e ci si chieda che cosa ci sta a fare lí. Perché, secondo voi è normale? Nel sontuoso palazzo di Maria, nel momento (sacro quant'altri mai!) dell'Annunciazione, una grossa lumaca, con gli occhi attenti sulle antenne diritte, avanza dall'angelo verso la vergine. E voi non ci trovate niente da ridire? In primissimo piano, poi! Manca poco che si veda la scia lasciata dalla sua bava! Nel palazzo di Maria Vergine Immacolata, cosí  pulito e cosí  puro, quest'essere bavoso fa disordine, e più è tutt'altro che discreto. Il pittore ben lungi dal nasconderlo, l'ha messo proprio sotto i nostri occhi: non possiamo fare a meno di vederlo. Anzi, si finisce per vedere soltanto lui, per pensare soltanto a lui, e a nient'altro: che cosa ci fa lí? Non venitemi a dire che è una fantasia del pittore. Probabilmente sarà pure un capriccio di Francesco del Cossa, e forse ci voleva proprio un pittore ferrarese per affermare la propria singolarità in una forma cosí paradossale. Ma il capriccio non spiega tutto, lo sapete quanto me. Se la lumaca fosse stata soltanto una fantasia del pittore, il committente l'avrebbe rifiutata, cancellata, coperta. E invece è lí, e proprio lí. Dunque ci deve essere una ragione che spiega la sua presenza, in quel luogo e in quel momento.

(Lo sguardo della lumaca)

[Daniel Arasse, Non si vede niente. Descrizioni, Torino, Einaudi, 2013, pag. 19-20]