25/08/14

Lo sport più bello che esista

Mi sento di affermare che il tennis è lo sport più bello che esista e anche il più impegnativo. Richiede controllo sul proprio corpo, coordinazione naturale, prontezza, assoluta velocità, resistenza e quello strano miscuglio di prudenza e abbandono che chiamano coraggio. Richiede anche intelligenza. Anche un singolo colpo in un dato scambio di un punto di un incontro professionistico è un incubo di variabili meccaniche.
Data una rete alta novanta centimetri (al centro) e due giocatori in una posizione (non realisticamente) fissa, l'efficacia di un singolo colpo è determinata dalla sua angolazione, profondità, velocità e rotazione. E ognuna di queste determinanti è determinata a sua volta da ulteriori variabili - per esempio la profondità di un colpo è determinata dall'altezza a cui la palla passa sopra la rete, combinata con qualche funzione integrata di velocità e rotazione, dove la stessa altezza della palla sopra la rete è determinata a sua volta dalla posizione del corpo del giocatore, dall'impugnatura della racchetta, dal grado di backswing, dall'angolazione del piatto e dalle coordinate tridimensionali a cui il piatto si muove durante quell'intervallo in cui la palla è in contatto con le corde. L'albero delle variabili e delle determinanti continua a ramificarsi sempre di più, e fino all'infinito se entrano tra i fattori in gioco le posizioni e le scelte dell'avversario e le caratteristiche balistiche della palla che ti ha mandato a ricevere. Nessuna CPU esistente a tutt'oggi potrebbe calcolare l'espansione delle variabili neppure per un singolo scambio - il mainframe si metterebbe a fumare. Il processo logico richiesto è del tipo che può essere compiuto solo da un essere vivente perfettamente cosciente, e comunque soltanto a livello inconscio, cioè combinando il talento con la ripetizione al punto tale che le variabili vengono combinate e controllate senza pensiero cosciente. In altre parole, il tennis serio è una specie di arte.

(L'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scellta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e la completezza dell'essere umano)

[David  Foster Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Roma, Minimum fax, 1999, pag. 293-4]

18/08/14

Jacques il fatalista

Come si erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Da dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa dove si va? Che dicevano? Il padrone non diceva niente; e Jacques diceva che il suo capitano diceva che tutto ciò che quaggiù ci accade di bene e di male, sta scritto lassù.

IL PADRONE E’ una grande verità.
JACQUES  Il mio capitano aggiungeva che ogni pallottola che parte da un fucile ha il suo indirizzo.
IL PADRONE E aveva ragione...

(Jacques il fatalista e il suo padrone)

[Denis Diderot, Il nipote di Rameau. Jacques il fatalista, Milano, Garzanti, 1988, pag. 95]

11/08/14

ll rumore del tempo

Non è di me  che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale.

(Il rumore del tempo)

[Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo e altri scritti, Milano, Adelphi, 2012, pag. 68]

04/08/14

La lettura

Mi piaceva la vista sulla campagna che si godeva dalla finestra, e la linea azzurrina tra gli alberi della brughiera era il Mare del Nord. Mi piaceva leggere là. Accostavo la pallida poltrona alla finestra, in modo che la luce mi cadesse dalle spalle sulla pagina. L’ombra del giardiniere che tagliava l’erba del prato l’attraversava a tratti, mentre guidava il pony su e giù con le scarpe di gomma, e la falciatrice mandava un lieve cigolio che somigliava alla voce dell’estate, ogni volta che, girando, andava a aggiungere un’altra larga fascia di verde all’erba già tagliata. Come la scia delle navi, così le immaginavo, soprattutto quando costeggiavano le aiuole dei  fiori come se fossero isole, e le fucsie che potevano sembrare fari; e i gerani che, per qualche capriccio della fantasia, erano Gibilterra; mentre laggiù sulla scogliera c’erano le giubbe rosse degli invincibili soldati inglesi.
Poi alte signore uscivano di casa e scendevano lungo i sentieri tagliati nell’erba per incontrarsi con i gentiluomini dell’epoca, portando racchette e palline bianche che, tra i cespugli che nascondevano il campo da tennis, riuscivo appena a veder rimbalzare sopra la rete e sulle figure dei giocatori che correvano avanti e indietro. Ma non mi distoglievano dal mio libro più delle farfalle in visita ai fiori, o delle api intente a faccende ben più serie sulle stesse corolle; o dei tordi che saltellavano leggeri dai rami bassi del sicomoro alle zolle erbose, zampettando in avanti verso una mosca o una lumaca, e poi saltellando, con leggera determinazione, di nuovo indietro sullo stesso ramo basso. Nessuna di queste cose mi distraeva in quei giorni, e in un certo senso, con le finestre aperte, e il libro tenuto quasi in modo da poggiare su uno sfondo di siepi di escalonia e sull’azzurro lontano, sembrava che, invece di un libro, quello che leggevo fosse poggiato sul paesaggio, che non fosse stampato, rilegato e cucito, ma in un certo qual modo un prodotto degli alberi, dei campi e del caldo sole d’estate, come l’aria che galleggiava, nelle belle giornate, lungo i contorni delle cose.

(La lettura)

[Virginia Woolf, Come si legge un libro?E altri saggi, MilanoBaldini& Castoldi, 1999, pag. 35-36]