26/05/14

Pseudolo

[Atto primo, scena quarta]

PSEUDOLO, solo

Adesso ch'egli se n'è andato, sei qua solo, Pseudolo. Ebbene, cosa intendi fare, dopo aver generosamente elargito promesse al tuo padroncino? Su che cosa si fondano quelle promesse? Non hai niente di pronto: neppure l'ombra d'un piano sicuro, né un tantino di denaro... - Né ho un'idea di quel che devo fare! - Non sai da che punto cominciare a ordire la tua tela, né sai con certezza dove finirai di tesserla... - Sì, ma come il poeta, prese le sue tavolette, cerca ciò che non esiste in nessuna parte del mondo, e tuttavia lo trova, riuscendo a rendere verosimile quel ch'è menzogna, così farò io: diverrò poeta, e le venti mine che attualmente non esistono in nessuna parte del mondo finirò col trovarle.

(vv. 394-405)

[Tito Maccio Plauto, Pseudolo, MilanoBUR 1999, pag. 143]

19/05/14

Marcovaldo

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui si accorgono solo poche anime sensibili,  come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Un giorno sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi.  Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram.
Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva correre sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso di un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

(Primavera. Funghi in città)

[Italo Calvino, Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, Milano, Mondadori, 1993, pag. 3]

12/05/14

L’invenzione della Terra

L’atto che ha fondato la conoscenza occidentale è consistito nella riduzione del mondo ad una carta geografica, al punto che si crede ancor oggi che la mappa sia la copia della Terra senza accorgersi che è vero il contrario: è la Terra che fin dall’inizio ha assunto, per la nostra cultura, la forma e la natura di una mappa – si pensi soltanto alla crescente rettilinearità degli assi di comunicazione (strade, ferrovie, autostrade) in funzione della crescita della velocità, che non esiste in natura ma soltanto sulla carta. 
Se il mondo è una mappa (e soltanto perché il mondo è una mappa), destra e sinistra, occidente ed oriente sono direzioni stabili ed univoche, come per tutta l’epoca moderna in effetti sono state. Ma la globalizzazione, qualunque cosa con essa si voglia intendere, implica comunque ed anzitutto la comprensione letterale del termine, e significa prima d’altro che non è più possibile contare, nel rapporto con la realtà, sulla potentissima mediazione cartografica che, riducendo ad un piano la sfera terrestre, ha fin qui permesso di evitare di fare i conti con la Terra così come essa davvero è, con il globo.
Ma se il mondo è un globo le direzioni non corrispondono più a relazioni fisse tra una parte e l’altra ma sono invece indicazioni mobili ed intercambiabili, a seconda di come si sposta il soggetto, che davanti alla carta resta immobile ma al cospetto del globo è invece costretto a muoversi. Proprio perché questi conti non possiamo più rimandarli, dobbiamo allora urgentemente reinventare la Terra stessa, attraverso altre logiche e altri modelli, anche se oggi è molto più difficile – come avrebbe detto Kant – «orientarsi nel pensare»: in nome di tutti gli esseri umani che tenendosi per mano continuano a girare in tondo e sono l’umanità.

[Franco Farinelli, L’invenzione della Terra, Palermo, Sellerio, 2012, pag. 151-152]

05/05/14

La biblioteca di notte

Nel suo romanzo Il fiore azzurro, Penelope Fitzgerald dice: «Se un racconto inizia con un ritrovamento, deve finire con una ricerca». La storia della mia biblioteca è senz'altro iniziata con un ritrovamento: ho trovato i miei libri, ho trovato il posto dove sistemarli, ho trovato la pace in un luogo illuminato nell'oscurità all'esterno. Ma se la storia deve finire con una ricerca, la domanda è: che cosa si stava cercando? Northrop Frye una volta osservò che, quand'anche fosse stato presente alla nascita di Cristo, non avrebbe sentito cantare gli angeli. «Lo penso perché non li sento nemmeno ora, e non c'è ragione di credere che abbiano smesso.» Nemmeno io cerco rivelazioni di sorta, dato che tutto ciò che mi viene detto è necessariamente limitato da ciò che sono in grado di sentire e capire. Non cerco una conoscenza, oltre a quella che in un qualche modo segreto già ho. Non cerco un'illuminazione, a cui non posso ragionevolmente aspirare. Non cerco esperienza, perché alla fine posso essere consapevole soltanto di ciò che è già in me. E allora, giunto ormai alla fine della storia della mia biblioteca, che cosa sto cercando?
Consolazione, forse. Forse consolazione.

[Alberto Manguel, La biblioteca di notte, Milano, Archinto, 2007, pag. 270-1]