21/04/14

Storia sociale del calcio in Italia

Le vicende cromatiche dei club sono assai labili e confuse; pochi conoscono le origini vere dei colori della propria squadra. La semiologia è uno dei settori più trascurati della storia dello sport. Essa non è tuttavia inutile, soprattutto per il periodo delle origini, quando lo sport ruppe la monotonia ottocentesca della moda maschile e la animò dei colori vivaci del suo abbigliamento. I colori sono una componente fondamentale dell’identità sportiva e costituiscono talvolta l’unico filo conduttore tra le vicende intricate o perdute del passato.
La prima squadra fondata in Italia,  aveva i colori granata. Da una statistica cromatica delle maglie e delle insegne sociali tra il 1891 e il 1915 (esclusi i calzoncini, i calzoni alla zuava e i calzettoni che allora avevano varianti del tutto incontrollabili) risulta che un terzo delle squadre italiane usava una camicia, casacca o maglia a tinta unica, in cui prevalevano l’azzurro e il granata, seguiti dal bianco, dal nero, dal rosso e dal blu. 
Nel quadro delle divise a più colori primeggiava il bianco nelle combinazioni del bianco-rosso, del bianco-blu e del bianco-nero. Seguivano il rosso-nero, il rosso-blu, il giallo-blu, il giallo-rosso e il nero-azzurro: il tutto con qualche sfumatura di  rosa e di grigio. Nella disposizione dei colori prevalevano le strisce verticali; rare in Italia furono le maglie a strisce orizzontali e spesso di derivazione ginnastica. Non mancavano invece le divise a scacchi dei bianconeri dell’Unione Sportiva Milanese e a quarti dei blu-granata del Genoa. A questa gamma di colori si aggiungeva una variante minore in celeste.
I colori delle prime divise sportive italiane, salvo pochi casi non furono frutto dell’invenzione e tanto meno di proiezioni psicologiche o ambientali: raramente essi riflettevano l’ambiente naturale. Il Naples – con il celeste e l’azzurro derivato dai circoli nautici – era una delle poche eccezioni. Così come lo erano i colori lacustri: il celeste e il blu del Lecco, nato nel 1908 come sezione del circolo dei canottieri. La gran parte dei club delle città costiere ebbe colori che non avevano nulla a che vedere con il mare. Forse qualche influsso sui colori del calcio fu esercitato dalle divise dei giochi della tradizione italiana che precedettero il football: il rosso, il turchino e il nero erano i colori più usuali del gioco del pallone.
Nell’Italia delle cento città si fecero strada le insegne civiche. Non furono poche le squadre che adottarono i colori comunali. Il Roman Football Club assunse il giallo e il rosso dello stemma capitolino. L’adozione di colori cittadini non fu tuttavia quasi mai motivo di concorrenze cromatiche, né gli emblemi cittadini erano significativi di un particolare rapporto tra squadra e città. Se fu frequente l’adozione di simboli e colori comunali fu invece assai rara l’assunzione dei simboli o dei colori di quartiere, di cui pure era ricchissima l’Italia urbana. Talvolta prevalse la seduzione dei simboli classici: le seduzioni olimpiche indussero i podisti della Lazio ad adottare il bianco-celeste della bandiera greca, che ancora rimane sulle maglie dei calciatori della squadra romana.
Frequentissima era invece la suggestione dei colori dei club stranieri. E non solo per gli effetti mimetici che essi esercitavano, ma perché allora tutto o quasi il materiale sportivo era importato dall’estero. Quando la Juventus incaricò John Goodley di acquistare le casacche in Inghilterra, si vide arrivare i colori bianco-neri del Notts County.

[Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002, pag. 96-97]

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