24/02/14

Storia di un fannullone

Lei sorrideva in silenzio e mi guardava bonaria e felice; da lontano giungeva l'eco della musica e razzi luminosi si alzavano nella notte silenziosa dal castello sul giardino, e il Danubio mormorava sin lassù, e tutto, tutto era bello.

[Joseph von Eichendorff, Storia di un fannullone, Torino, Einaudi, 1982, pag. 112]

17/02/14

Le ombre lunghe del Novecento

Dopo il declino del marxismo-leninismo, di una dottrina che aveva ispirato due grandi rivoluzioni del nostro tempo, in Russia e in Cina, ossia nei paesi più popolosi e più vasti dell'Europa e dell'Asia, si era diffuso il convincimento che nessun'altra concezione messianica, nessun'altra teologia politica, si sarebbe affacciata all'orizzonte. Del resto, il Novecento era già stato fin troppo funestato e intossicato, sino a recarne ancora le profonde ferite, da una duplice versione del totalitarismo, di quello che Hannah Arendt ha definito il «Male assoluto». Seppur non così a lungo e in largo come il comunismo, anche il nazifascismo aveva impresso sul ventesimo secolo un marchio indelebile. Non solo perché il regime hitleriano aveva scatenato una seconda guerra mondiale, rivelatasi ancora più spaventosa della prima, ma perché era giunto a perpetrare, ai fini del dominio di una «stirpe eletta», un unicum di barbarie e violenza politica nella storia dell'umanità come il genocidio di sei milioni di ebrei.
Si spiega pertanto, come al volgere del Novecento, fosse opinione pressoché generale che il capitalismo e la democrazia, l'uno in quanto riformato dai suoi primitivi animal spirits rapaci e aggressivi, e l'altra in quanto sempre più pluralista e partecipata, avrebbero potuto procedere nel loro cammino senza più ostacoli né antagonisti temibili. D'altra parte, gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda contro l'URSS e affrontato le guerre «calde» nelle zone asiatiche di confine fra l'Est e l'Ovest, in Corea e nel Vietnam, puntando non a distruggere l'avversario ma a contenerlo e dissuaderlo, sebbene avessero lasciato dietro di sé un fardello di acredini e rancori, insieme ad un cumulo di devastazioni.
Quanto alla Cina, al grande «pianeta rosso» sopravvissuto al cataclisma dell'URSS e del mondo comunista, essa stava convertendosi a una sorta di «socialismo di mercato». Si riteneva, perciò, che il regime postmaoista sarebbe giunto prima o poi a ripudiare il suo codice genetico, senza arrivare peraltro a costituire un serio concorrente economico dell'Occidente, dato che avrebbe dovuto provvedere innanzitutto ad assestarsi, nonché a sfamare milioni di suoi abitanti. E per il resto, dell'altra mezza dozzina di regimi comunisti rimasti in vita, dei quaranta che un tempo avevano assunto un'impronta marxista-leninista o ne riecheggiavano alcuni aspetti, non era più il caso di preoccuparsi, dato che si trattava perlopiù di paesi ininfluenti ai fini degli equilibri internazionali.
Sembrava, dunque, che l'Occidente avesse avuto la meglio su tutta la linea e una volta per tutte. Al punto che si dava per scontato che avrebbe innescato un processo di integrazione del mondo sotto le sue insegne, non più nello stesso modo di un tempo, imponendosi con le armi dell'imperialismo, bensì mediante una sorta di «soft power, con l'esportazione dei principi della democrazia e con le leve di un'economia sempre più dinamica, delle innovazioni, delle conoscenze.
Trovò così larga udienza, affascinando non solo i mass media, la tesi del politologo americano di origini giapponesi Francis Fukuyama sulla «fine della Storia». L'aveva  annunciata in un saggio, intitolato The End of History, scritto nell'inverno del 1988-1989, e quindi prima della caduta del muro di Berlino, il che la faceva apparire tanto più plausibile e convincente. In verità, con quel titolo Fukuyama intendeva rilevare che sia le ideologie totalitarie sia quelle liberali e socialdemocratiche avevano fatto il loro tempo: le une perché cancellate a mano a mano dagli eventi, le altre perché non più riproducibili nelle stesse versioni professate fino ad allora.

[Valerio Castronovo, Le ombre lunghe del Novecento. Perché la storia non è finita, Milano, Mondadori, 2010, pag. 11-12]


10/02/14

Al paese dei libri

Nell’editoria l’ostentazione è di prammatica, e i lettori sono costretti a giudicare i libri dalla copertina. Nel 1963, Harcourt Brace aprì una libreria a Manhattan, e ogni editor dovette passarci due settimane come commesso «per conoscere meglio il pubblico», come scrisse il «New York Times». Eppure «quello che si è scoperto è stato scoraggiante. Chi compre un libro d’impulso non legge il risvolto; guarda l’immagine e compra o passa oltre».
Gli acquirenti seguono un codice no scritto. Se una copertina ha il titolo in rilievo, metallizzato, o entrambe le cose, allora è come se dicesse al lettore: Salve, sono un romanzo rosa, o un noir, o l’autobiografia di un’attrice. Ai lettori che non amano quei generi, il titolo dice: Salve. Sono robaccia. Per questi libri la copertina patinata è un obbligo, mentre ai Libri Seri si può concedere una carta opaca.
Certi tascabili in brossura, come i romanzi rosa o i western o le guide alle diete o all’astrologia, sono pensati per chi non è molto colto. I tascabili con copertina rigida, invece, sono pensati per le persone colte – a meno che non siano libri religiosi, pensati per chi colto non è. E così via, secondo altri parametri come il rapporto tra base e dorso.
Poi ci sono i colori. I colori vivaci e brillanti sono obbligatori per i suddetti libri con titoli in rilievo. Anche il nero funziona, ma solo se viene usato per far risaltare ancora di più i colori vivaci e brillanti. Perché, ricordatevelo bene, visto il target  di mercato, il libro dovrà essere un oggetto vivace e brillante. D’altro canto, un’opera di Letteratura Seria avrà colori smorzati, simili a macchie di tè. Anche qui il nero va bene, ma solo se usato per accentuare il blu, il grigio e il verde spento.
Guai a chi non rispetta queste regole. Un certo numero di  recensori si scagliò contro i Ponti di Madison County perché usava il formato piccolo rilegato e lo schema di colori smorzati – e in questo modo ingannava i lettori di Letteratura Seria e faceva loro comprare robaccia. E per non essere di meno, la Harward University Press ha pubblicato I «passages» di Parigi di Walter Benjamin con il titolo a caratteri cubitali, in rilievo e metallizzati.
Infine, sul Libro Serio così come sulla robaccia ci sarà un primo piano dell’Autore, seduto, immobile, che guarda pensieroso l’obiettivo o sorride leggermente fissando un punto imprecisato – l’unica posa che nella vita reale l’autore non assumerebbe mai. Le dimensioni della fotografia sono inversamente proporzionali alla qualità del libro. Se la foto è stampata a colori, non è un Libro Serio. Se la foto dell’autore manca del tutto, allora è un Libro davvero Serio – forse addirittura un libro di testo.
Se la foto a colori dell’autore è in copertina e la occupa tutta, allora il libro è senza dubbio robaccia.

[Paul Collins, Al paese dei libri, MilanoAdelphi, 2010, pag. 104-106]

03/02/14

Lo spirito e il clic

Stiamo vivendo  in quello che chiamo il periodo dell’ “interregno”, ed è forse questa la chiave per capire il mistero della nostra condizione attuale. Interregno è una parola che ho preso in prestito da Antonio Gramsci, che a sua volta l’aveva presa in prestito da Tito Livio, lo storico dell’antica Roma. Interregno significa che le vecchie leggi, le vecchie regole, le vecchie leggi e le vecchie situazioni non funzionano più, non valgono più, ma quelle nuove non sono ancora state inventate. Dunque ci troviamo tra due fuochi, per così dire, in un processo di cambiamento: non sappiamo più dove siamo e non sappiamo nemmeno dove stiamo andando.

[Zygmunt Bauman, Lo spirito e il clic. La società contemporanea tra frenesia e bisogno di speranza, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2013, pag. 25]