27/01/14

Il soldato fanfarone

[Atto primo, scena unica]

PIRGOPOLINICE (uscendo di casa e parlando all'interno) Mi raccomando: il mio scudo deve brillare più dei raggi del sole, quando il cielo è terso. Voglio che in caso di bisogno, nel pieno della battaglia, esso abbagli la vista ai nemici ... Ma ora consoliamo questa mia spada, che  non si lamenti né si perda d'animo, se da troppo tempo me la porto oziosa al fianco. Poveretta, muore dalla voglia di far salsicce dei nemici... Ma dov'è Artotrogo?

ARTOTROGO Eccolo qua, al fianco di un eroe forte e fortunato, dall'aspetto regale. Marte non oserebbe asserire di esser altrettanto battagliero, nè oserebbe paragonare le sue prodezze alle tue.

PIRGOPOLINICE  Vuoi dire quello che ho salvato nei campi gorgolionei, dov'era comandante in capo Bumbomachide, Clutumistaridisarchide, nipote di Nettuno?

ARTOTROGO Ricordo: alludi a quel tale dalle armi d'oro, di cui tu disperdesti le legioni con un soffio, come fa il vento con le foglie o con le canne dai tetti.

PIRGOPOLINICE Ma questo non è niente, per Polluce!

ARTOTROGO certo, questo non è niente - per Ercole! - a paragone di quel che potrei dire delle altre prodezze ... (tra sé) che non hai mai fatto. (Piano, al pubblico) se qualcuno dovesse trovare un uomo più impostore e borioso di costui, mi tenga per sé: sarò il suo schiavo. Non c'è che una cosa: da lui si mangiano certi pasticci di olive che ci si impazzisce dietro.

PIRGOPOLINICE Dove sei?

ARTOTROGO Eccomi. Quell'elefante per esempio, là in India. Per Polluce! Come hai fatto a spezzargli il braccio con un pugno?

PIRGOPOLINICE Come un braccio?

ARTOTROGO Volevo dire una coscia!

PIRGOPOLINICE Eppure fu un colpetto da niente.

ARTOTROGO Per Polluce! se ce l'avessi messa tutta, col braccio gli avresti sfondato la pelle a quell'elefante, e attraverso le budella gli sarebbe uscito dalla bocca.

PIRGOPOLINICE Non ho voglia di parlare di queste cose, adesso.

ARTOTROGO Per Ercole! non val la pena che tu mi racconti le tue prodezze: le so a memoria. (Tra sé) il ventre che mi crea tutti questi fastidi: devo allungar le orecchie, se non voglio che mi si allunghino i denti, devo passar per buone tutte le fandonie che mi racconta.

(vv. 1-35)

[Tito Maccio Plauto, Il soldato fanfarone, Milano, BUR, 1997, pag. 97-99]

20/01/14

Il paradiso degli orchi

Un'ultima domanda, signor Malaussène. In cosa consiste esattamente la sua mansione, al Grande Magazzino? Non emerge molto chiaramente dalla sua deposizione.
E non a caso...
Curiosamente, proprio in questo istante prendo coscienza dell'arredamento. È in stile impero, l'ufficio del commissario di divisione Rabdomant. Dalle sedie traballanti dall'aspetto pseudo-romano al servizio da caffè marchiato con la maiuscola imperiale N, per non parlare del divano Récamier che brilla discreto accanto alla libreria di mogano, tutto è immerso nella luce vegetale di  una tappezzeria color spinaci costellata di piccole api d'oro. Se cercassi bene, scoverei sicuramente il mini-busto del mini-Corso, una riproduzione del mini-bicorno e il memoriale di Las Casas nella libreria. Sebbene non abbia alcun nesso con la domanda che lui ha appena fatto, mi chiedo se ha pagato l'arredamento di tasca sua, il commissario di divisione, o se ha ottenuto dall'amministrazione un credito speciale per rivestire i locali con i colori della sua passione. In entrambi i casi, la conclusione è una sola: quest'uomo non rientra a casa tutte le sere. Ci sta bene, qui. E chi ama la cornice, ama il lavoro.
Sgobba venticinque ore su ventiquattro, il piedipiatti. Non si può fare troppo i furbi con la reincarnazione di Fouché. Da qui la mia decisione di non mentirgli.
- Faccio il Capro Espiatorio, signor commissario.
Il commissario Rabdomant mi rimanda uno sguardo assolutamente vuoto.
Allora gli spiego che la funzione detta di Controllo Tecnico è assolutamente fittizia. Io non controllo proprio niente, poiché niente è controllabile nella profusione dei mercanti del tempio. A meno di non moltiplicare per dieci gli effettivi controlli. Dunque, quando arriva un cliente con una lamentela, vengo chiamato dall’Ufficio Reclami nel quale ricevo una strapazzata  assolutamente terrificante. Il mio lavoro consiste nel subire l’uragano di umiliazioni con un’aria così contrita, così miserabile, così profondamente disperata, che di solito il cliente ritira il reclamo per non avere il mio suicidio sulla coscienza e tutto si conclude in via amichevole, con il minimo dei danni per il Grande Magazzino. Ecco, sono pagato per questo. Profumatamente, peraltro.

[Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi, Milano, Feltrinelli, 2004, pag. 57-58]

13/01/14

La cultura del narcisismo

La proliferazione di immagini visive e auditive in una "società dello spettacolo", com'è stata definita la nostra, ha incoraggiato un atteggiamento simile nei confronti del sé. La gente risponde agli altri come se le proprie azioni fossero registrate e trasmesse simultaneamente ad un pubblico nascosto o fossero riposte per essere esaminate minuziosamente in seguito. Le condizioni sociali prevalenti portano allo scoperto quei tratti narcisistici della personalità, presenti, in gradi differenti, in ciascuno di noi: una certa superficialità protettiva, la paura di impegni costrittivi, la volontà di sradicarsi ogni qual volta ne sorge la necessità, il desiderio di tenere aperte le alternative, l'avversione per la dipendenza da chiunque, l'incapacità di essere leali e riconoscenti.

[Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981, pag. 265]


06/01/14

Candido

«So anche» disse Candide «che bisogna coltivare il proprio giardino.»
«Hai ragione» disse Pangloss; «perché quando l'uomo fu posto nel giardino dell'Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo coltivasse; il che dimostra che l'uomo non è fatto per il riposo.»
«Lavoriamo senza ragionare» disse Martin; «è l'unico modo di render la vita tollerabile.»
Tutta la minuscola compagnia condivise quel lodevole disegno; ciascuno si mise ad esercitare i propri talenti. La poca terra fruttò molto. Cunégonde in verità era ben brutta ma divenne un ottima cuoca; Paquette ricamò; la vecchia badò alla biancheria. Persino fra Giroflée si rese utile; fu ottimo falegname e divenne addirittura galantuomo; e a volte Pangloss diceva a Candide:
«Tutti gli eventi sono concatenati nel migliore dei mondi possibili; perché insomma, non t'avessero cacciato da un bel castello a pedate nel sedere per amore di madamigella Cunégonde, non fossi caduto nelle mani dell'Inquisizione, non avessi percorso l'America a piedi, non avessi dato un bel colpo di spada al barone, non avessi perduto tutte le pecore del buon paese di Eldorado, non saresti qui a mangiar cedro candito e pistacchi...»
«Ben detto» rispose Candide «ma dobbiamo coltivare il nostro orto.»

[Voltaire, Candido, ovvero l'ottimismo, Milano, BUR, 1997, pag. 182-183]