29/12/14

Amleto

[Atto terzo, scena seconda]

AMLETO Ebbene, Orazio?

ORAZIO Eccomi, padron mio diletto, al tuo servizio.

AMLETO Orazio, tu sei davvero l'uomo più giusto con cui abbia mai avuto a che fare.

ORAZIO O caro padron mio.

AMLETO No, non credere che lo dica per adularti. Perché quale avanzamento potrei sperar dalle tue mani, quando, per nutrirti e vestirti, non puoi disporre d'altra rendita all'infuori della saviezza del tuo spirito? Perché mai si dovrebbe adulare un povero? No, lascia pur che una lingua zuccherina lecchi una assurda pompa, e pieghi le agili giunture del ginocchio là dove il guadagno possa seguire alla piaggeria. Stammi a sentire: da quando la mia preziosa anima fu arbitra delle sue decisioni, e divenne capace di distinguere e valutare gli uomini, la sua scelta ha suggellato te, per se stessa. Poiché tu fosti simile ad uno che, pur soffrendo ogni cosa, non soffre nulla ed han ben accetti, con la stessa riconoscenza, insieme le offese e i premii della sorte. E beati son davvero coloro i cui impulsi e il cui giudizio si offron così ben mescolati ch'essi non somigliano per nulla a una zampogna su cui le dita della Fortuna possan suonare il tasto che le aggrada. Datemi un uomo che non sia schiavo della passione, ed io lo serberò nell'intimo del mio cuore, lo custodirò nel suo più geloso segreto, così com'io faccio con te. [...]

[Willam Shakespeare, Amleto, Milano, BUR, 2004, pag. 96-97]

22/12/14

Variazioni Goldberg

[...] le 30 magnifiche Variazioni Goldberg (1742), stupendo scenario di fastosità barocca con maestose scalee secentesche, ritmiche architetture di parchi regali. Scritte per distrarre l'insonnia di un ricco signore, percorrono la più varia gamma di espressioni senza mai smarrire il filo dello sviluppo logico: si spingono talora a scatti giovanili di serenità e gioia, e si immergono (25ª variazione) nelle profondità più misteriose e sacre del dolore umano. Nel giubilo dell'ultima variazione, nel suo magico moltiplicarsi delle voci par quasi d'avvertire come un riso gagliardo d'uomo e di gigante, a termine della meravigliosa fatica. Il tema così gioiosamente affermato, sollevato in alto, lucido e squillante, dopo il lungo travaglio, si scolpisce in quell'istante nell'animo con una forza trascinante. E quando, dopo una breve pausa, rifiorisce l'umile e stupita semplicità della Sarabanda iniziale, si freme di sgomento e di ammirazione nel misurare col ricordo l'immenso, vario, incredibile cammino percorso dietro la guida imperiosa della fantasia di Bach.

 [Massimo, Mila, Breve storia della musica, Torino, Einaudi, 1993, pag. 150]


15/12/14

La luna e i falò

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l'uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C'è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.

[Cesare Pavese, La luna e i falò, Milano, Oscar Mondadori, 1969, pag. 6-7]


08/12/14

La letteratura vista da lontano

Prendiamo l'Ottocento inglese: un canone di due o trecento romanzi suona tutt'altro che esiguo (e sarebbe in effetti assai più ampio di quello corrente) - eppure coprirebbe pur sempre sì e no l'uno per cento dei romanzi effettivamente pubblicati: ventimila, trentamila, di più, nessuno lo sa di preciso (e il close reading, qui, non aiuta: a leggere un romanzo al giorno, ogni giorno all'anno, ci vorrebbe lo stesso almeno un secolo...). E poi, non è neanche una questione di tempo, ma di metodo: un campo così vasto non lo si capisce cucendo insieme quel che sappiamo di questo o di quell'altro caso isolato, perché non è la somma di tanti casi isolati: è un sistema collettivo, un tutto, che deve essere studiato come tale.

[Franco Moretti, La letteratura vista da lontano, Torino, Einaudi, 2005, pag. 10]

01/12/14

Un paesaggio con centrale nucleare

Ho camminato tre giorni per osservare qualcosa, ma già confuso quello che ho osservato, incerto quello che pensavo, solo incertezza per quello che verrà. Credo che tra pochissimo quasi tutti avremo dimenticato le notizie che solo qualche giorno fa sembravano così impressionanti; saranno roba sfiorita e un po' arcana, con l'effetto che mi facevano le persiane polverose d'una villa abbandonata di Orbetello. 
Deperibilità svelta del cosiddetto "mondo reale", non si distingue bene da un miraggio. Per forza l'intelligenza arriva sempre in ritardo: non lo capisce proprio tutto questo passare e perdersi nell'incerto, la dimenticanza che dovunque ci avvolge e ci porta.

(Un paesaggio con centrale nucleare)

[Gianni Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinelli Editore, 1989, pag. 49]

24/11/14

Questa è l'acqua?

Saluti, ringraziamenti e congratulazioni ai laureandi dell'anno accademico 2005. Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve, ragazzi. Com'è l'acqua? - I due pesci giovani nuotano un altro po', poi uno guarda l'altro e fa: - Che cavolo è l'acqua?
Negli Stati Uniti un discorso per il conferimento delle lauree non può prescindere dall'impiego di storielle d'impianto parabolico a scopo didascalico. Tra le convenzioni imposte dal genere, questa storiella è una delle migliori e con meno fronzoli... ma non temete: non sono qui nella veste del pesce più anziano e saggio che spiega che cos'è l'acqua ai pesci più giovani. Non sono io l'anziano pesce saggio. Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere. Detta così sembrerà una banalità bella e buona, ma il fatto è che nelle trincee quotidiane dell'esistenza da adulti le banalità belle e buone possono diventare questione di vita o di morte, ed è su questo che vorrei soffermarmi in questa splendida mattinata tersa.

(Questa è l'acqua?)

[David Foster Wallace, Questa è l'acqua?, Torino, Einaudi, 2009, pag. 143]

17/11/14

Socrate al caffè

Domenica 13 dicembre 1992, place de la Bastille, verso le undici. I caffè si sono riempiti a poco a poco. In uno di questi una trentina di persone, sistemate ai tavolini disposti a rettangolo sorseggiano tranquillamente la consumazione, finché qualcuno lancia: «La violenza è propria dell’uomo o si trova in tutta la natura? ». È un buon tema. E di questo si parlerà per ben due ore. Perché la posta è alta: si tratta nientemeno che di sapere se l’uomo può sfuggire alla fatalità della violenza che caratterizza i rapporti coi suoi simili. Bisogna però mettersi d’accordo sull’argomento della discussione: strada facendo, ci accorgeremo che esso non ha limiti, poiché non dobbiamo considerare solo ciò che vive sulla superficie terrestre, come la flora e la fauna, e neppure tutto ciò che vi succede, come gli eventi naturali, ma tutto il mondo inteso come universo, il cosmo in tutta la sua estensione e la sua storia...
E così al Café des Phares la mattinata scorre tra scambi ininterrotti di argomentazioni più o meno solide, supportati da esempi più o meno pertinenti destinati a fondare prese di posizione più o meno affrettate. All’una si pronuncia la parola fine. E si prende appuntamento per la settimana successiva.
È così che da più di due anni in place de la Bastille si pratica la filosofia.

[Marc Sautet, Socrate al caffè, Milano,TEA, 2007, pag. 7]

10/11/14

Storia della lettura

Ben lungi dall'essere scrittori, fondatori di un luogo proprio, eredi, sul terreno del linguaggio, dei contadini del passato, scavatori di pozzi e costruttori di dimore, i lettori sono viaggiatori: circolano sulle terre altrui, come nomadi che cacciano di frodo attraverso i campi che non hanno scritto, razziando i beni d'Egitto per trarne godimento. La scrittura accumula, immagazzina, resiste al tempo stabilendo un luogo e moltiplica la sua produzione mediante l'espansionismo della riproduzione. La lettura non si garantisce contro l'usura del tempo (ci si dimentica e la si dimentica), non conserva o conserva male quanto ha acquisito e ciascuno dei luoghi dove passa è ripetizione del paradiso perduto.
Questo testo di Michel de Certeau  stabilisce una distinzione fondamentale fra la traccia scritta, qualunque essa sia, fissa, durevole, conservatrice, e i suoi lettori, posti sempre nella categoria dell'effimero, della pluralità, dell'invenzione. Definsice così il progetto di questo libro, scritto a più mani, che poggia su due idee fondamentali. La prima è che la lettura non è già iscritta nel testo, senza che esista scarto pensabile tra il senso ad esso attribuito (dall'autore, dall'editore, dalla critica, dalla tradizione...) e l'uso o l'interpretazione che i suoi lettori possono farne. La seconda riconosce che un testo esiste solo in quanto c'è un lettore che gli dà un significato:
Che si tratti del giornale o di Proust, il testo non ha un senso che per i suoi lettori; cambia insieme ad essi; si ordina secondo codici di percezione che gli sfuggono. Diventa testo soltanto nel suo rapportarsi all'esteriorità  del lettore, attraverso un gioco di implicazioni  e di astuzie fra due tipi combinati "di aspettativa": quella che organizza uno spazio leggibile (una letteralità) e quella che organizza un metodo necessario all'effettuazione dell'opera (una lettura).

[Guglielmo Cavallo, Roger Chartier (a cura di), Storia della lettura, Bari, Editori Laterza, 1998, pag. VI]

03/11/14

Il matrimonio di Figaro

[Atto quinto, scena terza]

FIGARO [...] - Non potendo avvilire l'intelligenza, tutti si vendicano maltrattandola. - Le guance intanto  mi si scavavano: la pigione era in arretrato: vedevo già  l'orribile figura del cursore arrivare di lontano con la penna infilata nella parrucca; spaventato mi metto a stillarmi il cervello. In quella sorge una discussione sulla natura delle ricchezze;  e siccome, le cose, non è necessario possederle per poterne ragionare, pur non avendo un soldo in tasca mi metto a scrivere sul valore del denaro e sul suo reddito netto: immediatamente, dal fondo d'una carrozza, vedo abbassarsi per me il ponte di una fortezza sulla cui soglia lasciavo la speranza e la libertà. (Si alza) Ah, questi potenti da quattro giorni, che dànno ordini malvagi cosí alla leggera! Come vorrei averne uno fra le mani, dopo che una buona disgrazia gli avesse fatto smaltire l'orgoglio! Gli direi... che tutte le sciocchezze che si stampano diventano importanti solo nei paesi dove si ostacola la loro diffusione; che senza la libertà di biasimare, non esistono elogi lusinghieri; e che soltanto gli uomini piccoli temono i piccoli scritti.

[Beaumarchais, Il matrimonio di Figaro,  TorinoEinaudi, 1943, pag. 155-156]

27/10/14

Candido, ovvero un Sogno fatto in Sicilia

Andavano spesso a Parigi. Ogni volta che avevano una vacanza che durasse più di quattro giorni: in modo da starci almeno tre giorni pieni, considerando le ore che ci volevano con l'andare in treno. Non avevano l'automobile; l'avevano come naturalmente rifiutata, abitando quella città da cui le automobili in tutta Italia dilagavano. E una delle ragioni del loro amore a Parigi - oltre quelle dell'amore all'amore, dell'amore alla letteratura, dell'amore alle piccole e vecchie cose e ai piccoli e antichi mestieri - stava nel fatto che vi si poteva ancora camminare, ancora passeggiare, ancora svagatamente andare e fermarsi e guardare. Soltanto a Parigi, per esempio, camminavano tenendosi per mano;  soltanto a Parigi il loro passo assumeva una goduta lentezza. Vi si sentivano insomma sciolti e liberi. Ed era  sì un fatto mentale, un fatto letterario: ma qualcosa c'era negli spazi, nei ritmi dell'architettura e della vita che vi si muoveva, che consentiva all'idea, e magari al luogo comune, che della città si aveva prima di conoscerla. Era una grande città piena di miti letterari, libertari e afrodisiaci  che sconfinano l'uno nell'altro e si fondono: così  come in un nudo di Courbet si sente l'interludio tra un amplesso e l'altro, la Comune e la conversazione con Baudelaire; ma era anche un insieme di paesi piccoli tra i quali scegliere, ritagliare e vivere quello che meglio ci si addice, quello in cui siamo nati o quello in cui abbiamo sognato di vivere. Piccoli paesi che si sfaccettano e ripetono la città grande; grande città che sente la campagna, che se ne alimenta e ne respira, che per emblemi la ripete. «Davanti alle botteghe sostavano dei gatti, agitavano la coda come una bandiera. Stavano fermi con gli occhi che osservavano attenti, come cani da guardia davanti ai cesti d'insalata verde e di carote gialle, di cavoli dai riflessi bluastri e di rosati ravanelli. Le botteghe sembravano orti ... Le terrazze dei caffè fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto di giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole. Lungo i margini c'erano alberi e chioschi, pareva che gli alberi vendessero giornali. Nelle vetrine la merce danzava alla rinfusa, ma in un ordine ben preciso e sempre soprannaturale. Le guardie nelle strade andavano a passeggio, già, a passeggio, una pellegrina sulla spalla destra o sulla sinistra; che quell'indumento dovesse proteggere dalla grandine e da un acquazzone era ben strano. Tutti la portavano con una fiducia incrollabile nella qualità della stoffa o nella bontà del cielo - chi può saperlo? Non giravano come guardie, ma come della gente che non ha da fare e ha tempo per vedersi il mondo».    

[Leonardo Sciascia, Candido, ovvero un Sogno fatto in Sicilia, Torino, Einaudi, 1977, pag. 121-122]


20/10/14

La fattoria degli animali

Per una volta, Beniamino accettò di venir meno alle proprie regole e lesse per lei ciò che era scritto sul muro. Non c'era scritto più niente, se non un unico Comandamento che diceva:

TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI
MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÚ UGUALI DEGLI ALTRI.

[George Orwell, La fattoria degli animali, Milano, Mondadori, 2013, pag. 106-107]

13/10/14

Il Tartuffo, ovvero l'impostore

[PRIMO PLACET presentato al Re sulla commedia del Tartuffo]

SIRE
    Il compito della commedia essendo quello di correggere gli uomini divertendoli, ho pensato che non avrei potuto far nulla di meglio, nella carica che ricopro, che muover guerra ai vizi del nostro tempo dipingendoli in modo ridicolo; e dal momento che l'ipocrisia è senza dubbio uno dei vizi più alla moda, più fastidiosi e più pericolosi, ho pensato SIRE, che avrei reso un non piccolo servigio a tutte le persone dabbene del vostro regno preparando una commedia che descrivesse gli ipocriti smascherandone a dovere tutte le studiate messinscene di questa gente dall'onestà a oltranza, tutte le sotterranee birbonate di questi falsari della devozione, che si propongono di far cadere in trappola il prossimo loro con un finto zelo e una sofisticata carità.

(Il Tartuffo)

[Luigi Lunari (a cura di), Molière. Commedie, MilanoBUR, 2006, pag. 133]


06/10/14

Il barone rampante

Cosimo era sull'elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c'era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall'albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento. Il viale aveva tutt' un'altra prospettiva, e le aiole, le ortensie, le camelie, il tavolino di ferro per prendere il caffè in giardino. Più in là le chiome degli alberi si sfittivano e l'ortaglia digradava in piccoli campi a scala, sostenuti da muri di pietre; il dosso era scuro di oliveti, e, dietro, l'abitato d'Ombrosa sporgeva i suoi tetti di mattone sbiadito e ardesia, e ne spuntavano pennoni di bastimenti, là dove sotto c'era il porto. In fondo si stendeva il mare, alto d'orizzonte, ed un lento veliero vi passava.

[Italo Calvino, Il barone rampante, MilanoMondadori, 1993, pag. 16]

29/09/14

Vita nuova

In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello, e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

[Dante Alighieri, Vita nuova, Milano: Garzanti, 1982, pag.1]

22/09/14

Economia e pazzia

Il bulbo, insomma, non è più, come il fiore reciso, un bene di consumo. Diventa un bene d'investimento (in mano a un vivaista) o un bene patrimoniale (in mano a un privato). Diventa un'attività. Si capisce allora come un'amata bisognosa, oltre che di affetto, di conforto finanziario, possa desiderare un bulbo più che un fiore. E si capisce come, in certe circostanze, un bulbo, di giglio o di tulipano, possa acquistare un grande valore. Come uno stallone purosangue, che porta in sé i semi di una discendenza capace di vincere ricchi premi alle corse, un bulbo raro e bello porta in sé una discendenza capace di "comandare" altri prezzi per gli appassionati di fiori.
Che cosa fu, allora, la crisi dei tulipani? Fu, tecnicamente parlando, una "crisi dei bulbi da tulipano", un episodio in cui il bulbo, grumo di ricchezza futura, venne scambiato in una pubblica "Borsa" in un crescendo di prezzi e quantità che perse presto ogni contatto con la realtà sottostante, fino al giorno in cui la paura prese il sopravvento sull'avidità, fino al giorno in cui il "cerino acceso" scottò tra le mani di qualcuno, fino al giorno in cui il dolore della scottatura e il timore dell'incendio spinsero la gente a sbarazzarsi dei bulbi, accalcandosi verso le uscite del mercato come la folla che cerca di uscire da un cinema in fiamme...
La crisi dei tulipani non fu diversa, insomma, nei suoi meccanismi di fondo di tante altre crisi finanziarie. E proprio qui sta il suo valore. Sta nel constatare che nella prima parte del Seicento (la bolla dei bulbi) e quasi quattro secoli dopo (la bolla delle società Internet) le stesse emozioni e gli stessi meccanismi continuano a giocare nell'animo umano. La storia finanziaria, insomma, non è maestra di vita.

[Fabrizio Galimberti, Economia e pazzia. Crisi finanziarie di ieri e di oggi, Bari, Laterza, 2003, pag. 27-28]

15/09/14

Eric Rohmer

«La gente nei miei film non esprime idee astratte - afferma Rohmer - non c'è neppure un'ideologia, se non molto implicita,  ma rivela che cosa pensa dei rapporti tra uomini e donne, dell'amicizia, dell'amore, del desiderio, della propria concezione della vita, della felicità, della noia, del lavoro, del tempo libero: tutte cose che sono già state discusse, ma spesso in maniera indiretta, nel contesto di una trama drammatica. I miei film sono puri lavori di fiction, non mi dichiaro un sociologo, non faccio indagini e non compilo statistiche. Prendo semplicemente dei singoli casi, che ho inventato io e che non hanno nulla di scientifico. Il fatto che la giovane generazione oggi abbia una certa mentalità non mi interessa. Mi interessa solo mostrare come sono i giovani oggi, ma anche come avrebbero potuto essere se fossero vissuti quindici anni fa o centinaia di anni fa; addirittura gli eventi dei miei film potrebbero realizzarsi nell' antica Grecia, perché sono cose che cambiano poco. Per me è interessante ciò che rimane permanente ed eterno e che non cambia» (Piccolo dizionario rohmeriano, a cura di Chiara Mariani, I quaderni del Lumière, n. 12, 1995).

[Giancarlo Zappoli, Eric Rohmer, Milano, Il Castoro, 1998, pag. 73-74]

08/09/14

La peste

“[...] Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello. Questo le sembrerà forse un pò semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. [...]”

[Albert Camus, La peste, Milano, Bompiani, 2011, pag. 196]

01/09/14

Non si vede niente

So già dove volete arrivare: direte che esagero, che indulgo a quel piacere ma che sovrainterpreto. Quanto al piacere, non chiedo di meglio, ma per le sovraintepretazioni siete voi che esagerate.
É vero: in questa lumaca ci vedo moltissime cose; ma dopotutto se il pittore l'ha dipinta in questo modo, è proprio perché la si veda, e ci si chieda che cosa ci sta a fare lí. Perché, secondo voi è normale? Nel sontuoso palazzo di Maria, nel momento (sacro quant'altri mai!) dell'Annunciazione, una grossa lumaca, con gli occhi attenti sulle antenne diritte, avanza dall'angelo verso la vergine. E voi non ci trovate niente da ridire? In primissimo piano, poi! Manca poco che si veda la scia lasciata dalla sua bava! Nel palazzo di Maria Vergine Immacolata, cosí  pulito e cosí  puro, quest'essere bavoso fa disordine, e più è tutt'altro che discreto. Il pittore ben lungi dal nasconderlo, l'ha messo proprio sotto i nostri occhi: non possiamo fare a meno di vederlo. Anzi, si finisce per vedere soltanto lui, per pensare soltanto a lui, e a nient'altro: che cosa ci fa lí? Non venitemi a dire che è una fantasia del pittore. Probabilmente sarà pure un capriccio di Francesco del Cossa, e forse ci voleva proprio un pittore ferrarese per affermare la propria singolarità in una forma cosí paradossale. Ma il capriccio non spiega tutto, lo sapete quanto me. Se la lumaca fosse stata soltanto una fantasia del pittore, il committente l'avrebbe rifiutata, cancellata, coperta. E invece è lí, e proprio lí. Dunque ci deve essere una ragione che spiega la sua presenza, in quel luogo e in quel momento.

(Lo sguardo della lumaca)

[Daniel Arasse, Non si vede niente. Descrizioni, Torino, Einaudi, 2013, pag. 19-20]

25/08/14

Lo sport più bello che esista

Mi sento di affermare che il tennis è lo sport più bello che esista e anche il più impegnativo. Richiede controllo sul proprio corpo, coordinazione naturale, prontezza, assoluta velocità, resistenza e quello strano miscuglio di prudenza e abbandono che chiamano coraggio. Richiede anche intelligenza. Anche un singolo colpo in un dato scambio di un punto di un incontro professionistico è un incubo di variabili meccaniche.
Data una rete alta novanta centimetri (al centro) e due giocatori in una posizione (non realisticamente) fissa, l'efficacia di un singolo colpo è determinata dalla sua angolazione, profondità, velocità e rotazione. E ognuna di queste determinanti è determinata a sua volta da ulteriori variabili - per esempio la profondità di un colpo è determinata dall'altezza a cui la palla passa sopra la rete, combinata con qualche funzione integrata di velocità e rotazione, dove la stessa altezza della palla sopra la rete è determinata a sua volta dalla posizione del corpo del giocatore, dall'impugnatura della racchetta, dal grado di backswing, dall'angolazione del piatto e dalle coordinate tridimensionali a cui il piatto si muove durante quell'intervallo in cui la palla è in contatto con le corde. L'albero delle variabili e delle determinanti continua a ramificarsi sempre di più, e fino all'infinito se entrano tra i fattori in gioco le posizioni e le scelte dell'avversario e le caratteristiche balistiche della palla che ti ha mandato a ricevere. Nessuna CPU esistente a tutt'oggi potrebbe calcolare l'espansione delle variabili neppure per un singolo scambio - il mainframe si metterebbe a fumare. Il processo logico richiesto è del tipo che può essere compiuto solo da un essere vivente perfettamente cosciente, e comunque soltanto a livello inconscio, cioè combinando il talento con la ripetizione al punto tale che le variabili vengono combinate e controllate senza pensiero cosciente. In altre parole, il tennis serio è una specie di arte.

(L'abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scellta, la libertà, i limiti, la gioia, l'assurdità e la completezza dell'essere umano)

[David  Foster Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più, Roma, Minimum fax, 1999, pag. 293-4]

18/08/14

Jacques il fatalista

Come si erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Da dove venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa dove si va? Che dicevano? Il padrone non diceva niente; e Jacques diceva che il suo capitano diceva che tutto ciò che quaggiù ci accade di bene e di male, sta scritto lassù.

IL PADRONE E’ una grande verità.
JACQUES  Il mio capitano aggiungeva che ogni pallottola che parte da un fucile ha il suo indirizzo.
IL PADRONE E aveva ragione...

(Jacques il fatalista e il suo padrone)

[Denis Diderot, Il nipote di Rameau. Jacques il fatalista, Milano, Garzanti, 1988, pag. 95]

11/08/14

ll rumore del tempo

Non è di me  che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale.

(Il rumore del tempo)

[Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo e altri scritti, Milano, Adelphi, 2012, pag. 68]

04/08/14

La lettura

Mi piaceva la vista sulla campagna che si godeva dalla finestra, e la linea azzurrina tra gli alberi della brughiera era il Mare del Nord. Mi piaceva leggere là. Accostavo la pallida poltrona alla finestra, in modo che la luce mi cadesse dalle spalle sulla pagina. L’ombra del giardiniere che tagliava l’erba del prato l’attraversava a tratti, mentre guidava il pony su e giù con le scarpe di gomma, e la falciatrice mandava un lieve cigolio che somigliava alla voce dell’estate, ogni volta che, girando, andava a aggiungere un’altra larga fascia di verde all’erba già tagliata. Come la scia delle navi, così le immaginavo, soprattutto quando costeggiavano le aiuole dei  fiori come se fossero isole, e le fucsie che potevano sembrare fari; e i gerani che, per qualche capriccio della fantasia, erano Gibilterra; mentre laggiù sulla scogliera c’erano le giubbe rosse degli invincibili soldati inglesi.
Poi alte signore uscivano di casa e scendevano lungo i sentieri tagliati nell’erba per incontrarsi con i gentiluomini dell’epoca, portando racchette e palline bianche che, tra i cespugli che nascondevano il campo da tennis, riuscivo appena a veder rimbalzare sopra la rete e sulle figure dei giocatori che correvano avanti e indietro. Ma non mi distoglievano dal mio libro più delle farfalle in visita ai fiori, o delle api intente a faccende ben più serie sulle stesse corolle; o dei tordi che saltellavano leggeri dai rami bassi del sicomoro alle zolle erbose, zampettando in avanti verso una mosca o una lumaca, e poi saltellando, con leggera determinazione, di nuovo indietro sullo stesso ramo basso. Nessuna di queste cose mi distraeva in quei giorni, e in un certo senso, con le finestre aperte, e il libro tenuto quasi in modo da poggiare su uno sfondo di siepi di escalonia e sull’azzurro lontano, sembrava che, invece di un libro, quello che leggevo fosse poggiato sul paesaggio, che non fosse stampato, rilegato e cucito, ma in un certo qual modo un prodotto degli alberi, dei campi e del caldo sole d’estate, come l’aria che galleggiava, nelle belle giornate, lungo i contorni delle cose.

(La lettura)

[Virginia Woolf, Come si legge un libro?E altri saggi, MilanoBaldini& Castoldi, 1999, pag. 35-36]

28/07/14

L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento

Dopo avere riflettuto a lungo dopo aver preso il coraggio a due mani ti decidi ad andare dal tuo capoufficio per chiedergli un aumento e cosí vai dal tuo capoufficio diciamo per semplificare perché bisogna sempre semplificare che si chiama monsieur xavier cioè monsieur o meglio mr x cosí vai da mr x e qui delle due l’una o mr x è in ufficio o mr x non è in ufficio se mr x fosse in ufficio apparentemente  non ci sarebbe nessun problema ma ovviamente mr x non è in ufficio e cosí ti rimane una sola cosa da fare appostarti nel corridoio in attesa del suo ritorno o arrivo ma supponiamo non che non arrivi perché in quel caso ti rimarrebbe un unica soluzione tornare in ufficio e aspettare il pomeriggio  o il giorno dopo per provarci di nuovo supponiamo invece che lui tardi a rientrare fatto  che si verifica tutti i giorni in quel caso piuttosto che continuare a camminare su e giù per il corridoio la cosa migliore da fare è andare a trovare la tua collega mademoiselle Y che per dare un tocco d’umanità alla nostra arida dimostrazione chiameremo d’ora in poi mlle yolande ma delle due l’una o mlle yolande è in ufficio o mlle yolande non è in ufficio se mlle yolande è in ufficio in teoria non c’è nessun problema ma supponiamo che mlle yolande non sia in ufficio in quel caso dato che non hai voglia di continuare a camminare su e giù per il corridoio appostarti  in attesa dell’ipotetico ritorno o eventuale arrivo di mr x ti si prospetta un’unica soluzione fare il giro dei diversi settori che insieme costituiscono l’intera o parte dell’organizzazione che ti dà lavoro poi tornare da mr x sperando che questa volta sia arrivato orbene delle due l’una o mr x è in ufficio o mr x non è in ufficio ammettiamo  che non ci sia devi dunque appostarti in attesa  del suo ritorno o arrivo...

[Georges Perec, L’arte e la maniera di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento, Torino, Einaudi, 2010, pag. 3-4]

21/07/14

Una settimana all'aeroporto

Ai vecchi tempi quando gli aerei precipitavano spesso per qualche grosso e madornale guasto - se cedevano le pompe del carburante o esplodevano i motori - era sembrata una scelta di buon senso mettere da parte le teorie delle varie confessioni religiose per affidarsi alla scienza. Invece della preghiera, l'azione più urgente da intraprendere era studiare le cause dei malfunzionamenti ed escludere l'errore basandosi sulla razionalità. Oggi l'aviazione è soggetta a maggiori controlli e ogni parte è protetta da sistemi di sicurezza, ma paradossalmente le ragioni per diventare superstiziosi sono aumentate.
La possibilità remotissima di un evento catastrofico ci invita a fare a meno delle garanzie scientifiche e a preferire un atteggiamento più umile verso pericoli che le nostre deboli menti faticano ad afferrare. Non ci spingiamo mai al punto di trascurare le manutenzioni pianificate, ma riteniamo del tutto ragionevole prenderci qualche istante, prima di un viaggio, per cadere in ginocchio e supplicare le misteriose forze del fato a cui ogni velivolo è soggetto - e che potremmo chiamare Iside, Dio, Fortuna o Ganesh - prima di andare a comprare una stecca di sigarette e un flacone di Chanel n° 5 al World Duty Free all'altro capo del varco di sicurezza.

[Alain de Botton, Una settimana all'aeroporto, MilanoGuanda, 2009, pag. 56-57]

14/07/14

I classici e il senso dell'esistenza

Il mondo dei Greci ai tempi di Omero, intenso e pieno di significato, evidentemente splendeva con una forza straordinaria. Invece il nostro universo tecnologico sembra piatto e impoverito. Non possiamo ritornare al mondo omerico né sarebbe auspicabile. Ma possiamo diventare ricettivi al pantheon degli dèi moderni - al modo in cui brillano Gehrig e Federer, al modo in cui Marilyn Monroe e Albert Einstein hanno cambiato la faccia del mondo in cui viviamo. Possiamo anche guardare agli dèi del passato - alle grandi opere che un tempo erano fonte di venerazione e che ora possiamo rivalutare nel loro sacro valore. Riuscire a farlo significa qualcosa di più che classificare queste creazioni, limitandoci a leggerne l'elenco o a studiarle su un manuale scolastico. Bisogna sviluppare la capacità del sacro che ancora indugia, svalutata da tutti, ai margini del nostro mondo disincantato.
Queste nozioni del sacro sono più ricche e più varie di qualunque cosa Omero abbia mai conosciuto. Infatti i suoi dèi condividevano uno stile comune: avevano una somiglianza familiare gli uni con gli altri. Che si trattasse della sfera erotica di Afrodite o del sacro mondo della guerra di Ares, della saggezza pratica di Atena o dell'universo di Efesto, fatto di oggetti splendenti e meravigliosamente forgiati, i diversi ambiti sacri degli dèi omerici avevano tutti qualcosa in comune: essi «passavano» (whoosh up) come un'onda gigantesca e trascinavano con sé gli uomini per un poco, per poi perdere progressivamente potenza e lasciarli andare. Questo senso del sacro come physis esiste ancora oggi ai margini della nostra cultura, ma non è l'unica forma di sacro a cui possiamo accostarci.
Oltre alla physis, abbiamo anche una concezione poietica del sacro, che era completamente assente all'epoca di Omero, la sensazione di essere capaci di coltivare e alimentare le possibilità offerte dal mondo, di sviluppare la capacità per rivelarle nella loro migliore forma possibile. Questa concezione poietica del sacro ritorna oggi sotto molte forme. Che sia nel senso di Gesù, secondo cui il mondo si rivela grazie alla luce del suo sentimento di agape, oppure la sensibilità di Dante, che ci vuole capaci di essere ricettivi all' «amor che move il sole e l'altre stelle»; che sia la concezione di Eschilo, secondo cui dobbiamo esprimere la cultura nel modo più eccellente possibile trovando un posto adatto a tutte le forze emergenti, oppure l'idea di Sturt, secondo cui abitiamo in un mondo naturale che ha un valore sacro, tutte queste interpretazioni  poietiche del reale sono delicate e spiritualmente nutrienti in un modo che ancora non esisteva ai tempi di Omero.
Oltre a tutte queste concezioni del sacro, abbiamo anche la visione tecnologica del mondo, un modo di concepire le cose basato sull'efficienza e sulla produttività, che ci permette di controllare il reale e di produrre oggetti. Il mondo può essere tutte queste cose alla volta - non sacro, ma sprovvisto di valore intrinseco, pronto a essere plasmato in base ai nostri desideri e alla nostra volontà.
Molteplici pratiche culturali hanno costellato la storia dell'Occidente per rivelare queste diverse modalità di leggere il mondo. Forse ci sono altri modi di comprenderlo e altre pratiche ancora. Ma soltanto adesso, ormai liberati dall'antica tentazione del monoteismo siamo in grado di trovare un posto a tutti questi modi di essere, propri del mondo contemporaneo. Il politeismo che mette in equilibrio ognuna di queste sfaccettature potrà essere oggi più ricco e vario di quanto Omero avesse mai potuto immaginare.
Il mondo politeistico contemporaneo sarà un mondo meraviglioso, fatto di cose sacre e splendenti. 

[Hubert Dreyfus, Sean Dorrance Kelly, Ogni cosa risplende. I classici e il senso dell'esistenza, TorinoEinaudi, 2012, pag. 207-209]

07/07/14

La guerra del basilico

Venne a prenderlo Louis-Baptiste. Oscar avvertì che sarebbe stato via per l'intera giornata.
- Che tecnica hai, avvertì prima?
Correvano sulla Moyenne Corniche, sopra Montecarlo.
Louis-Baptiste rise: - Preferisco l'improvvisazione. No, non ho telefonato. Mi sono solo accertato che ci fossero -. Erano diretti a Cannes, ai magazzini del Beach Club.
- Chi è il tipo?
- Marion, il vecchio bagnino. Era già lì negli anni '50. E in quell'estate del '54 sulla spiaggia che ci interessa. Fu Hitch a fargli mettere a posto la spiaggia per le riprese -. L'auto di Louis-Baptiste correva sotto i platani, sfiorando buganvillee e oleandri, attraversando ombre d'ulivo che disegnavano sulla strada chiazze argentate.
- E' un idea la tua. Sei stato bravo. Si può vendere una sedia che vale diecimila lire a una decina di milioni. Se in quella sedia ci si è seduto qualcuno che è un mito. Ma ci vuole cultura...
- Basta ricordarsi, è questione di memoria, - disse Oscar, - come in tutto. In questo caso ricordarsi di un film: Caccia al ladro, e, - rise - visto che non si può andare all'Hotel de Paris a farsi vendere una poltrona, o un sofà...

[Nico Orengo, La guerra del basilico, TorinoEinaudi, 1994, pag. 138]

30/06/14

Il grande Gatsby

Quasi tutte le grandi ville costiere ormai erano chiuse e le luci erano rare, se si toglieva il chiarore di un ferry-boat la cui ombra si spostava verso lo Stretto. E mentre la luna si levava più alta, le case caduche incominciarono a fondersi, finché lentamente divenni consapevole dell'antica isola che una volta fiorì per gli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco, verde, del nuovo mondo. Gli alberi scomparsi, gli alberi avevano ceduto il posto alla casa di Gatsby, avevano una volta incoraggiato bisbigliando il più immane dei sogni umani; per un attimo fuggevole e incantato, l'uomo deve aver trattenuto il respiro di fronte a questo continente, costretto ad una contemplazione estetica, da lui non capita nè desiderata, mentre affrontava per l'ultima volta nella storia qualcosa di adeguato alla sua possibilità di meraviglia.
E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter sfuggire più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. 
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia... e una bella mattina ...
Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

[Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, Milano, Mondadori, 1990, pag. 181-2]

23/06/14

Quelli che bruciano i libri...

Quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno. È incalcolabile il potere indeterminato dei libri. Ed è tale proprio perché il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati. Può esaltare o avvilire; sedurre o suscitare disgusto; stimolare alla virtù o alla barbarie; accentuare la sensibilità o banalizzarla. In modo davvero sconcertante può ottenere indifferentemente questi risultati, quasi nello stesso tempo, nello slancio di una risposta così complessa, così rapida nella sua alternanza e così ibrida che non esiste ermeneutica, né psicologia in grado di prevederne la forza o di misurarla.

(Quelli che bruciano i libri...)

[George Steiner, I libri hanno bisogno di noi, Milano, Garzanti, 2013, pag. 9]

16/06/14

Dal rituale al record. La natura degli sport moderni

Un modo per comprendere un fenomeno è quello di considerarlo sullo sfondo di ciò che esso non è. Quando Mark Twain venne a sapere che le squadre di baseball di Albert Spalding avevano giocato una partita di esibizione nelle isole Hawaii nel corso di una loro tournée, egli si meravigliò del contrasto culturale. "Ho visitato le isole Sandwich... dove la vita è un Sabbath lungo e insonne e il clima una mite e deliziosa giornata d' estate ... E questi ragazzi hanno giocato a baseball laggiù! - il baseball, che è il vero simbolo, l'espressione visibile ed esteriore dell'energia, dello slancio, della fretta e della lotta del violento, impetuoso ed esplosivo diciannovesimo secolo! Non ce ne possiamo rendere conto; il luogo e l'accaduto sono così stridenti tra loro; sarebbe proprio come interrompere lo svolgimento di un  funerale con un circo". Il funerale e il circo non sono le metafore più adeguate, ma la forma degli sport moderni appare in netto e chiaro contrasto quando la si osserva sullo sfondo degli sport primitivi, antichi e medioevali. Da questa prospettiva, le caratteristiche distintive degli sport moderni in quanto contrapposti a quelli delle epoche precedenti, sono sette. Esse sono abbastanza facili da elencare, ma le loro implicazioni, ramificazioni, le mutue relazioni e il loro significato ultimo richiedono analisi precise e abbastanza estese. Al pari di altri fatti culturali, è probabile che esse siano date per scontate e considerate come auto-evidenti, "naturali", dai membri della cultura di appartenenza, mentre sembrano estranee per coloro che vi si accostano dall'esterno. Le sette caratteristiche, enunciate nella loro forma più astratta al fine di indicare semplicemente la direzione della nostra analisi, sono le seguenti:

1. secolarismo;
2. eguaglianza nelle opportunità di gareggiare e nelle condizioni della competizione;
3. specializzazione dei ruoli;
4. razionalizzazione;
5. organizzazione burocratica;
6. quantificazione;
7. ricerca dei record.

[Allen Guttmann, Dal rituale al record. La natura degli sport moderni, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1994, pag. 27-28]

09/06/14

Gli usi postmoderni del sesso

Abbiamo già notato in precedenza che una delle caratteristiche più salienti della rivoluzione erotica postmoderna è il troncamento dei legami dell’erotismo da un lato con il sesso (nella sua funzione essenzialmente riproduttiva) e dall’altro con l’amore. Nella cultura postmoderna si cerca di garantire l’emancipazione dell’attività ispirata dall’erotismo dai vincoli imposti, sul piano biologico, dal potenziale riproduttivo del sesso e, sul piano culturale, dalle pretese dell’amore a una fedeltà eterna e rigorosamente selettiva in sostanza esclusiva. L’erotismo è stato dunque liberato dai legami che lo univano alla produzione dell’immortalità fisica o spirituale. Questa spettacolare liberazione non è venuta da sola: essa si è inserita nella tendenza molto più universale che ha coinvolto in ugual misura le arti, la politica, le strategie di vita e praticamente ogni altra dimensione della cultura.
Una caratteristica generale della condizione postmoderna è l’appiattimento del tempo e la condensazione della percezione di un flusso temporale infinitamente espandibile nell’esperienza dell’epoca attuale, o la sua frammentazione in una serie di episodi autonomi che vanno vissuti ciascuno come un’esperienza intensa dell’attimo fuggente e, per quanto possibile, disgiuntamente dai suoi precedenti e dalle sue conseguenze. La politica movimentista viene rimpiazzata dalla politica delle campagne che si pone l’obiettivo di risultati immediati e non si cura delle ripercussioni di lungo periodo; l’obiettivo di una fama durevole (immortale) cede il passo al desiderio di notorietà; la durata storica è identificata con una registrazione istantanea (e in linea di principio cancellabile); le opere d’arte un tempo destinate a durare «oltre la tomba» sono sostituite da intrattenimenti deliberatamente effimeri e da installazioni irripetibili; le identità che dovevano essere costruite diligentemente e durare per una vita intera vengono sostituite da kit di montaggio adatti a un uso immediato e a un altrettanto istantaneo smantellamento. La nuova versione postmoderna dell’immortalità è fatta per essere vissuta istantaneamente e fruita qui e ora, e non è più ostaggio del flusso impietoso e incontrollabile del tempo oggettivo.
La decostruzione postmoderna dell’immortalità – la tendenza a svincolare il presente dal passato e dal futuro – è accompagnata dal divorzio dell’erotismo dalla riproduzione sessuale e dall’amore. Ciò offre all’immaginazione e alla pratica dell’erotismo, come al resto della politica della vita postmoderna, una libertà di sperimentazione mai conosciuta prima. L’erotismo post moderno è libero di fluttuare e di innescare reazioni chimiche praticamente con ogni altra specie di sostanza, di alimentarsi ed estrarre la propria linfa da qualsiasi altra emozione o attività umana; è divenuto un significante senza legami capace di sposarsi semioticamente con una schiera pressoché infinita di significati, ma anche un significato suscettibile di essere rappresentato da uno qualsiasi dei significanti disponibili. Solo in questa versione emancipata e distaccata l’erotismo è in grado di veleggiare liberamente sotto il vessillo della ricerca del piacere, senza farsi sviare dai propri propositi o scoraggiare se non da considerazioni di ordine estetico, vale a dire orientate all’esperienza vissuta. È libero, ora, di fissare e negoziare le proprie regole strada facendo, ma questa libertà è un destino che non può mutare né ignorare. È necessario riempire, o quantomeno provare a riempire, il vuoto creato dall’assenza di vincoli esterni, dalla rinuncia o dal disinteresse neutrale dei poteri legislativi. La sottodeterminazione così acquisita è il fondamento di una libertà che rende euforici per la sua ampiezza ma che causa anche un’incertezza e un’ansia estreme. Nessuna soluzione autorevole cui conformarsi, tutto da negoziare di nuovo e appositamente.

[Zygmunt Bauman, Gli usi postmoderni del sesso, Bologna, Il Mulino, 2013, pag. 51-56]

02/06/14

Il paesaggio nell'arte

Noi siamo circondati da cose che non abbiamo fatto e che hanno una vita e una struttura diversa dalla nostra: alberi, fiori, erbe, fiumi, colline, nubi. Per secoli esse ci hanno ispirato curiosità e timore e sono state fonte di piacere. Le abbiamo ricreate nella nostra immaginazione per riflettervi i nostri sentimenti. Siamo giunti a considerarle come elementi costitutivi di un idea che abbiamo chiamato «natura». La pittura di paesaggio segna le tappe della nostra concezione della natura.

[Kenneth Clark, Il paesaggio nell'arte, MilanoGarzanti, 1985, pag. 21]

26/05/14

Pseudolo

[Atto primo, scena quarta]

PSEUDOLO, solo

Adesso ch'egli se n'è andato, sei qua solo, Pseudolo. Ebbene, cosa intendi fare, dopo aver generosamente elargito promesse al tuo padroncino? Su che cosa si fondano quelle promesse? Non hai niente di pronto: neppure l'ombra d'un piano sicuro, né un tantino di denaro... - Né ho un'idea di quel che devo fare! - Non sai da che punto cominciare a ordire la tua tela, né sai con certezza dove finirai di tesserla... - Sì, ma come il poeta, prese le sue tavolette, cerca ciò che non esiste in nessuna parte del mondo, e tuttavia lo trova, riuscendo a rendere verosimile quel ch'è menzogna, così farò io: diverrò poeta, e le venti mine che attualmente non esistono in nessuna parte del mondo finirò col trovarle.

(vv. 394-405)

[Tito Maccio Plauto, Pseudolo, MilanoBUR 1999, pag. 143]

19/05/14

Marcovaldo

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui si accorgono solo poche anime sensibili,  come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Un giorno sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi.  Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram.
Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva correre sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso di un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

(Primavera. Funghi in città)

[Italo Calvino, Marcovaldo, ovvero le stagioni in città, Milano, Mondadori, 1993, pag. 3]

12/05/14

L’invenzione della Terra

L’atto che ha fondato la conoscenza occidentale è consistito nella riduzione del mondo ad una carta geografica, al punto che si crede ancor oggi che la mappa sia la copia della Terra senza accorgersi che è vero il contrario: è la Terra che fin dall’inizio ha assunto, per la nostra cultura, la forma e la natura di una mappa – si pensi soltanto alla crescente rettilinearità degli assi di comunicazione (strade, ferrovie, autostrade) in funzione della crescita della velocità, che non esiste in natura ma soltanto sulla carta. 
Se il mondo è una mappa (e soltanto perché il mondo è una mappa), destra e sinistra, occidente ed oriente sono direzioni stabili ed univoche, come per tutta l’epoca moderna in effetti sono state. Ma la globalizzazione, qualunque cosa con essa si voglia intendere, implica comunque ed anzitutto la comprensione letterale del termine, e significa prima d’altro che non è più possibile contare, nel rapporto con la realtà, sulla potentissima mediazione cartografica che, riducendo ad un piano la sfera terrestre, ha fin qui permesso di evitare di fare i conti con la Terra così come essa davvero è, con il globo.
Ma se il mondo è un globo le direzioni non corrispondono più a relazioni fisse tra una parte e l’altra ma sono invece indicazioni mobili ed intercambiabili, a seconda di come si sposta il soggetto, che davanti alla carta resta immobile ma al cospetto del globo è invece costretto a muoversi. Proprio perché questi conti non possiamo più rimandarli, dobbiamo allora urgentemente reinventare la Terra stessa, attraverso altre logiche e altri modelli, anche se oggi è molto più difficile – come avrebbe detto Kant – «orientarsi nel pensare»: in nome di tutti gli esseri umani che tenendosi per mano continuano a girare in tondo e sono l’umanità.

[Franco Farinelli, L’invenzione della Terra, Palermo, Sellerio, 2012, pag. 151-152]

05/05/14

La biblioteca di notte

Nel suo romanzo Il fiore azzurro, Penelope Fitzgerald dice: «Se un racconto inizia con un ritrovamento, deve finire con una ricerca». La storia della mia biblioteca è senz'altro iniziata con un ritrovamento: ho trovato i miei libri, ho trovato il posto dove sistemarli, ho trovato la pace in un luogo illuminato nell'oscurità all'esterno. Ma se la storia deve finire con una ricerca, la domanda è: che cosa si stava cercando? Northrop Frye una volta osservò che, quand'anche fosse stato presente alla nascita di Cristo, non avrebbe sentito cantare gli angeli. «Lo penso perché non li sento nemmeno ora, e non c'è ragione di credere che abbiano smesso.» Nemmeno io cerco rivelazioni di sorta, dato che tutto ciò che mi viene detto è necessariamente limitato da ciò che sono in grado di sentire e capire. Non cerco una conoscenza, oltre a quella che in un qualche modo segreto già ho. Non cerco un'illuminazione, a cui non posso ragionevolmente aspirare. Non cerco esperienza, perché alla fine posso essere consapevole soltanto di ciò che è già in me. E allora, giunto ormai alla fine della storia della mia biblioteca, che cosa sto cercando?
Consolazione, forse. Forse consolazione.

[Alberto Manguel, La biblioteca di notte, Milano, Archinto, 2007, pag. 270-1]

28/04/14

L'anno della lepre

Vatanen si svegliò la mattina al canto degli uccelli nel buon odore di un fienile. La lepre gli stava accovacciata sotto l'ascella e pareva seguisse l'andirivieni delle rondini sotto la travatura del tetto. Forse stavano ancora terminando di costruire il loro nido, o forse avevano già dei piccoli, a giudicare da come erano indaffarate a entrare e uscire dal fienile.
I raggi del sole filtravano attraverso gli interstizi delle travi, il fieno dell'anno precedente intiepidiva l'ambiente. Vatanen rimase ancora quasi un'ora sdraiato nel fieno, assorto nei suoi pensieri, finché si scosse e usci con la sua lepre in braccio.
Dietro il vecchio prato fiorito mormorava un piccolo ruscello. Vatanen posò la lepre sulla sponda, si spogliò e si tuffò nell'acqua gelida. Un folto branco di pesciolini nuotava contro corrente: si spaventavano al più piccolo movimento, ma dimenticavano in un attimo la loro paura.

[Arto Paasilinna, L'anno della lepre, Milano, Iperborea, 2006, pag. 22]

21/04/14

Storia sociale del calcio in Italia

Le vicende cromatiche dei club sono assai labili e confuse; pochi conoscono le origini vere dei colori della propria squadra. La semiologia è uno dei settori più trascurati della storia dello sport. Essa non è tuttavia inutile, soprattutto per il periodo delle origini, quando lo sport ruppe la monotonia ottocentesca della moda maschile e la animò dei colori vivaci del suo abbigliamento. I colori sono una componente fondamentale dell’identità sportiva e costituiscono talvolta l’unico filo conduttore tra le vicende intricate o perdute del passato.
La prima squadra fondata in Italia,  aveva i colori granata. Da una statistica cromatica delle maglie e delle insegne sociali tra il 1891 e il 1915 (esclusi i calzoncini, i calzoni alla zuava e i calzettoni che allora avevano varianti del tutto incontrollabili) risulta che un terzo delle squadre italiane usava una camicia, casacca o maglia a tinta unica, in cui prevalevano l’azzurro e il granata, seguiti dal bianco, dal nero, dal rosso e dal blu. 
Nel quadro delle divise a più colori primeggiava il bianco nelle combinazioni del bianco-rosso, del bianco-blu e del bianco-nero. Seguivano il rosso-nero, il rosso-blu, il giallo-blu, il giallo-rosso e il nero-azzurro: il tutto con qualche sfumatura di  rosa e di grigio. Nella disposizione dei colori prevalevano le strisce verticali; rare in Italia furono le maglie a strisce orizzontali e spesso di derivazione ginnastica. Non mancavano invece le divise a scacchi dei bianconeri dell’Unione Sportiva Milanese e a quarti dei blu-granata del Genoa. A questa gamma di colori si aggiungeva una variante minore in celeste.
I colori delle prime divise sportive italiane, salvo pochi casi non furono frutto dell’invenzione e tanto meno di proiezioni psicologiche o ambientali: raramente essi riflettevano l’ambiente naturale. Il Naples – con il celeste e l’azzurro derivato dai circoli nautici – era una delle poche eccezioni. Così come lo erano i colori lacustri: il celeste e il blu del Lecco, nato nel 1908 come sezione del circolo dei canottieri. La gran parte dei club delle città costiere ebbe colori che non avevano nulla a che vedere con il mare. Forse qualche influsso sui colori del calcio fu esercitato dalle divise dei giochi della tradizione italiana che precedettero il football: il rosso, il turchino e il nero erano i colori più usuali del gioco del pallone.
Nell’Italia delle cento città si fecero strada le insegne civiche. Non furono poche le squadre che adottarono i colori comunali. Il Roman Football Club assunse il giallo e il rosso dello stemma capitolino. L’adozione di colori cittadini non fu tuttavia quasi mai motivo di concorrenze cromatiche, né gli emblemi cittadini erano significativi di un particolare rapporto tra squadra e città. Se fu frequente l’adozione di simboli e colori comunali fu invece assai rara l’assunzione dei simboli o dei colori di quartiere, di cui pure era ricchissima l’Italia urbana. Talvolta prevalse la seduzione dei simboli classici: le seduzioni olimpiche indussero i podisti della Lazio ad adottare il bianco-celeste della bandiera greca, che ancora rimane sulle maglie dei calciatori della squadra romana.
Frequentissima era invece la suggestione dei colori dei club stranieri. E non solo per gli effetti mimetici che essi esercitavano, ma perché allora tutto o quasi il materiale sportivo era importato dall’estero. Quando la Juventus incaricò John Goodley di acquistare le casacche in Inghilterra, si vide arrivare i colori bianco-neri del Notts County.

[Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002, pag. 96-97]

14/04/14

Come funzionano i romanzi

La letteratura ci rende migliori osservatori della vita; noi mettiamo in pratica l'insegnamento nella vita stessa; in tal modo diventiamo più bravi a notare i dettagli quando leggiamo; così impariamo a leggere sempre meglio la vita. E via di questo passo.
Basta insegnare letteratura per rendersi conto che la maggior parte dei giovani lettori è costituita da osservatori mediocri. I miei stessi vecchi libri, sfrenatamente annotati vent'anni fa, da studente, mi dicono che allora usavo sottolineare, in cerca di approvazione, dettagli e immagini e metafore che oggi mi appaiono banalissimi, mentre passavo tranquillamente sopra a cose che mi sembrano oggi meravigliose. Noi cresciamo, come lettori, e a vent'anni si è relativamente vergini. Non si è ancora letto abbastanza perché la letteratura ci abbia insegnato a leggere davvero la letteratura.

[James Wood, Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori, Milano, Mondadori, 2010, pag. 47]

07/04/14

Iliade

Gli dei filarono questo per i mortali infelici:
vivere nell’amarezza: essi invece son senza pene.
Due vasi son piantati sulla soglia di Zeus,
dei doni che dà, dei cattivi uno e l’altro dei buoni.
A chi mescolando ne dia Zeus che getta le folgori,
incontra a volte un male e altre volte un bene;
ma a chi dà solo dei tristi, lo fa disprezzato,
e mala fame lo insegue per la terra divina,
va errando senza onore né dagli dei né dagli uomini.

(Libro XXIV, vv. 525-533)

[Omero, Iliade, Torino, Einaudi, 1963, pag. 871]


31/03/14

Lo zen e il tiro con l’arco

«La vera arte» esclamò il Maestro «è senza scopo, senza intenzione! Quanto più lei si ostinerà a voler imparare a far partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno le riuscirà l’una cosa, tanto più si allontanerà l’altra. Le è d’ostacolo una volontà troppo volitiva. Lei pensa che ciò che non fa non avvenga».

[Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco, Milano, Adelphi, 1987, pag. 47]

24/03/14

Libera nos a Malo

Maggio in orto, api, calabroni; virgulti, germogli, foglie tenere, e bai dappertutto, in aria in terra sulle foglie. Mi vede questo bao? Vede un bao grando; è tutto fatto a bai il mondo, bai-bimbissóli, bai-lumèghe, bai-sórze, bai-càn, bai-òmini, bai-angeli che zòla come questo bao. Zòla via bao!
Nello zufolo delle api filandiere c'era il bandolo di una cosa che dardeggiava dentro e fuori dal tempo; mi sentivo uscire dal nostro man-loched set, lo spazio infinito e il tempo infinito erano gocciole di suono a mezz'altezza, press'a poco alte come le mura dell'orto, che fioccavano in aria senza cadere.

[Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, Milano, BUR 2006, pag. 36]

17/03/14

Il buio del postmoderno

Siamo uguali nel senso che siamo tutti diversi. Chi è unico? Abbiamo scoperto, e questa è una nuova verità in effetti, che ogni essere umano è irripetibile. Jacques Derrida, ricordando i suoi amici defunti, ha detto che la morte di ogni essere umano porta via un mondo che non può essere ricostruito. Così, ci siamo rassegnati alle continue diversità. 
Il progetto della modernità era, tra le altre cose, un progetto di universalità. Noi eleviamo ciascuno allo stesso livello, ognuno come tutti gli altri: questa sarebbe la base per la nostra convivenza pacifica e per la condivisione della felicità. Già Jürgen Habermas ha sviluppato una teoria della comunicazione ideale: la comunicazione ideale secondo Habermas - non so se la pensi ancora, ma due anni fa lo pensava - è quella che porta verso il consenso, ma il consenso significa che tutti la pensano allo stesso modo.
Possiamo sognare - e stiamo sognando - che l'unica uguaglianza sia quella dei diritti umani. E alla base dei diritti umani c'è il diritto a essere diversi, autentici: il diritto a essere fedeli a se stessi.

[Zygmunt Bauman, Il buio del postmoderno, Reggio Emilia, Aliberti editore, 2011, pag. 56-57]

10/03/14

Il vecchio e il mare

Quel pomeriggio arrivò una comitiva di turisti alla Terrazza, e mentre guardavano nell'acqua tra le latte vuote di birra e le barracudas morte, una donna vide una lunga, grande spina dorsale bianca con una coda enorme, che si alzava e dondolava con la corrente mentre il vento di Levante sollevava un gran mare pesante fuori dell'ingresso al porto.
«Che cos'è ?» chiese al cameriere, indicando la lunga colonna vertebrale del grande pesce, ormai spazzatura che aspettava di essere portata via dalla corrente.
«Tiburon» disse il cameriere. «Pescecane.» Voleva spiegare cos'era successo.
«Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta.»
«Neanch'io» rispose il suo compagno.
In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.

[Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, Milano, Mondadori, 1989, pag. 104]

03/03/14

Introduzione alla storia della pittura in Italia

E' in questo secolo denso di passioni, nel quale le anime potevano abbandonarsi liberamente alla più alta esaltazione, che operarono tanti grandi pittori: da notare che un uomo solo avrebbe potuto conoscerli tutti. Se fosse nato nello stesso anno di Tiziano, e cioè nel 1477, avrebbe potuto trascorrere quarant'anni della sua vita con Leonardo da Vinci e Raffaello, morti l'uno nel 1520 e l'altro nel 1519, vivere molti anni con il divino Correggio, che morì solo nel 1534, e con Michelangelo, che continuò a lavorare fino al 1563.
Quest'uomo tanto fortunato, se avesse amato le arti, avrebbe avuto trentaquattro anni alla morte del Giorgione. Avrebbe conosciuto il Tintoretto, il Bassano, Paolo Veronese, il Garofalo, Giulio Romano, il Frate, morto nel 1517, l'amabile Andrea del Sarto, che visse fino al 1530: insomma tutti i grandi pittori, eccettuati quelli della scuola di Bologna,  vissuti un secolo dopo.
Perché la natura, tanto feconda in quel breve spazio di tempo di quarantadue anni, dal 1452 al 1494, in cui nacquero quei grandi uomini, si è dimostrata in seguito tanto crudelmente sterile? Con ogni probabilità né io né voi lo sapremo mai.

[Stendhal, Introduzione alla storia della pittura in Italia, Roma, Editori riuniti, 1994, pag. 25]

24/02/14

Storia di un fannullone

Lei sorrideva in silenzio e mi guardava bonaria e felice; da lontano giungeva l'eco della musica e razzi luminosi si alzavano nella notte silenziosa dal castello sul giardino, e il Danubio mormorava sin lassù, e tutto, tutto era bello.

[Joseph von Eichendorff, Storia di un fannullone, Torino, Einaudi, 1982, pag. 112]

17/02/14

Le ombre lunghe del Novecento

Dopo il declino del marxismo-leninismo, di una dottrina che aveva ispirato due grandi rivoluzioni del nostro tempo, in Russia e in Cina, ossia nei paesi più popolosi e più vasti dell'Europa e dell'Asia, si era diffuso il convincimento che nessun'altra concezione messianica, nessun'altra teologia politica, si sarebbe affacciata all'orizzonte. Del resto, il Novecento era già stato fin troppo funestato e intossicato, sino a recarne ancora le profonde ferite, da una duplice versione del totalitarismo, di quello che Hannah Arendt ha definito il «Male assoluto». Seppur non così a lungo e in largo come il comunismo, anche il nazifascismo aveva impresso sul ventesimo secolo un marchio indelebile. Non solo perché il regime hitleriano aveva scatenato una seconda guerra mondiale, rivelatasi ancora più spaventosa della prima, ma perché era giunto a perpetrare, ai fini del dominio di una «stirpe eletta», un unicum di barbarie e violenza politica nella storia dell'umanità come il genocidio di sei milioni di ebrei.
Si spiega pertanto, come al volgere del Novecento, fosse opinione pressoché generale che il capitalismo e la democrazia, l'uno in quanto riformato dai suoi primitivi animal spirits rapaci e aggressivi, e l'altra in quanto sempre più pluralista e partecipata, avrebbero potuto procedere nel loro cammino senza più ostacoli né antagonisti temibili. D'altra parte, gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda contro l'URSS e affrontato le guerre «calde» nelle zone asiatiche di confine fra l'Est e l'Ovest, in Corea e nel Vietnam, puntando non a distruggere l'avversario ma a contenerlo e dissuaderlo, sebbene avessero lasciato dietro di sé un fardello di acredini e rancori, insieme ad un cumulo di devastazioni.
Quanto alla Cina, al grande «pianeta rosso» sopravvissuto al cataclisma dell'URSS e del mondo comunista, essa stava convertendosi a una sorta di «socialismo di mercato». Si riteneva, perciò, che il regime postmaoista sarebbe giunto prima o poi a ripudiare il suo codice genetico, senza arrivare peraltro a costituire un serio concorrente economico dell'Occidente, dato che avrebbe dovuto provvedere innanzitutto ad assestarsi, nonché a sfamare milioni di suoi abitanti. E per il resto, dell'altra mezza dozzina di regimi comunisti rimasti in vita, dei quaranta che un tempo avevano assunto un'impronta marxista-leninista o ne riecheggiavano alcuni aspetti, non era più il caso di preoccuparsi, dato che si trattava perlopiù di paesi ininfluenti ai fini degli equilibri internazionali.
Sembrava, dunque, che l'Occidente avesse avuto la meglio su tutta la linea e una volta per tutte. Al punto che si dava per scontato che avrebbe innescato un processo di integrazione del mondo sotto le sue insegne, non più nello stesso modo di un tempo, imponendosi con le armi dell'imperialismo, bensì mediante una sorta di «soft power, con l'esportazione dei principi della democrazia e con le leve di un'economia sempre più dinamica, delle innovazioni, delle conoscenze.
Trovò così larga udienza, affascinando non solo i mass media, la tesi del politologo americano di origini giapponesi Francis Fukuyama sulla «fine della Storia». L'aveva  annunciata in un saggio, intitolato The End of History, scritto nell'inverno del 1988-1989, e quindi prima della caduta del muro di Berlino, il che la faceva apparire tanto più plausibile e convincente. In verità, con quel titolo Fukuyama intendeva rilevare che sia le ideologie totalitarie sia quelle liberali e socialdemocratiche avevano fatto il loro tempo: le une perché cancellate a mano a mano dagli eventi, le altre perché non più riproducibili nelle stesse versioni professate fino ad allora.

[Valerio Castronovo, Le ombre lunghe del Novecento. Perché la storia non è finita, Milano, Mondadori, 2010, pag. 11-12]


10/02/14

Al paese dei libri

Nell’editoria l’ostentazione è di prammatica, e i lettori sono costretti a giudicare i libri dalla copertina. Nel 1963, Harcourt Brace aprì una libreria a Manhattan, e ogni editor dovette passarci due settimane come commesso «per conoscere meglio il pubblico», come scrisse il «New York Times». Eppure «quello che si è scoperto è stato scoraggiante. Chi compre un libro d’impulso non legge il risvolto; guarda l’immagine e compra o passa oltre».
Gli acquirenti seguono un codice no scritto. Se una copertina ha il titolo in rilievo, metallizzato, o entrambe le cose, allora è come se dicesse al lettore: Salve, sono un romanzo rosa, o un noir, o l’autobiografia di un’attrice. Ai lettori che non amano quei generi, il titolo dice: Salve. Sono robaccia. Per questi libri la copertina patinata è un obbligo, mentre ai Libri Seri si può concedere una carta opaca.
Certi tascabili in brossura, come i romanzi rosa o i western o le guide alle diete o all’astrologia, sono pensati per chi non è molto colto. I tascabili con copertina rigida, invece, sono pensati per le persone colte – a meno che non siano libri religiosi, pensati per chi colto non è. E così via, secondo altri parametri come il rapporto tra base e dorso.
Poi ci sono i colori. I colori vivaci e brillanti sono obbligatori per i suddetti libri con titoli in rilievo. Anche il nero funziona, ma solo se viene usato per far risaltare ancora di più i colori vivaci e brillanti. Perché, ricordatevelo bene, visto il target  di mercato, il libro dovrà essere un oggetto vivace e brillante. D’altro canto, un’opera di Letteratura Seria avrà colori smorzati, simili a macchie di tè. Anche qui il nero va bene, ma solo se usato per accentuare il blu, il grigio e il verde spento.
Guai a chi non rispetta queste regole. Un certo numero di  recensori si scagliò contro i Ponti di Madison County perché usava il formato piccolo rilegato e lo schema di colori smorzati – e in questo modo ingannava i lettori di Letteratura Seria e faceva loro comprare robaccia. E per non essere di meno, la Harward University Press ha pubblicato I «passages» di Parigi di Walter Benjamin con il titolo a caratteri cubitali, in rilievo e metallizzati.
Infine, sul Libro Serio così come sulla robaccia ci sarà un primo piano dell’Autore, seduto, immobile, che guarda pensieroso l’obiettivo o sorride leggermente fissando un punto imprecisato – l’unica posa che nella vita reale l’autore non assumerebbe mai. Le dimensioni della fotografia sono inversamente proporzionali alla qualità del libro. Se la foto è stampata a colori, non è un Libro Serio. Se la foto dell’autore manca del tutto, allora è un Libro davvero Serio – forse addirittura un libro di testo.
Se la foto a colori dell’autore è in copertina e la occupa tutta, allora il libro è senza dubbio robaccia.

[Paul Collins, Al paese dei libri, MilanoAdelphi, 2010, pag. 104-106]

03/02/14

Lo spirito e il clic

Stiamo vivendo  in quello che chiamo il periodo dell’ “interregno”, ed è forse questa la chiave per capire il mistero della nostra condizione attuale. Interregno è una parola che ho preso in prestito da Antonio Gramsci, che a sua volta l’aveva presa in prestito da Tito Livio, lo storico dell’antica Roma. Interregno significa che le vecchie leggi, le vecchie regole, le vecchie leggi e le vecchie situazioni non funzionano più, non valgono più, ma quelle nuove non sono ancora state inventate. Dunque ci troviamo tra due fuochi, per così dire, in un processo di cambiamento: non sappiamo più dove siamo e non sappiamo nemmeno dove stiamo andando.

[Zygmunt Bauman, Lo spirito e il clic. La società contemporanea tra frenesia e bisogno di speranza, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2013, pag. 25]

27/01/14

Il soldato fanfarone

[Atto primo, scena unica]

PIRGOPOLINICE (uscendo di casa e parlando all'interno) Mi raccomando: il mio scudo deve brillare più dei raggi del sole, quando il cielo è terso. Voglio che in caso di bisogno, nel pieno della battaglia, esso abbagli la vista ai nemici ... Ma ora consoliamo questa mia spada, che  non si lamenti né si perda d'animo, se da troppo tempo me la porto oziosa al fianco. Poveretta, muore dalla voglia di far salsicce dei nemici... Ma dov'è Artotrogo?

ARTOTROGO Eccolo qua, al fianco di un eroe forte e fortunato, dall'aspetto regale. Marte non oserebbe asserire di esser altrettanto battagliero, nè oserebbe paragonare le sue prodezze alle tue.

PIRGOPOLINICE  Vuoi dire quello che ho salvato nei campi gorgolionei, dov'era comandante in capo Bumbomachide, Clutumistaridisarchide, nipote di Nettuno?

ARTOTROGO Ricordo: alludi a quel tale dalle armi d'oro, di cui tu disperdesti le legioni con un soffio, come fa il vento con le foglie o con le canne dai tetti.

PIRGOPOLINICE Ma questo non è niente, per Polluce!

ARTOTROGO certo, questo non è niente - per Ercole! - a paragone di quel che potrei dire delle altre prodezze ... (tra sé) che non hai mai fatto. (Piano, al pubblico) se qualcuno dovesse trovare un uomo più impostore e borioso di costui, mi tenga per sé: sarò il suo schiavo. Non c'è che una cosa: da lui si mangiano certi pasticci di olive che ci si impazzisce dietro.

PIRGOPOLINICE Dove sei?

ARTOTROGO Eccomi. Quell'elefante per esempio, là in India. Per Polluce! Come hai fatto a spezzargli il braccio con un pugno?

PIRGOPOLINICE Come un braccio?

ARTOTROGO Volevo dire una coscia!

PIRGOPOLINICE Eppure fu un colpetto da niente.

ARTOTROGO Per Polluce! se ce l'avessi messa tutta, col braccio gli avresti sfondato la pelle a quell'elefante, e attraverso le budella gli sarebbe uscito dalla bocca.

PIRGOPOLINICE Non ho voglia di parlare di queste cose, adesso.

ARTOTROGO Per Ercole! non val la pena che tu mi racconti le tue prodezze: le so a memoria. (Tra sé) il ventre che mi crea tutti questi fastidi: devo allungar le orecchie, se non voglio che mi si allunghino i denti, devo passar per buone tutte le fandonie che mi racconta.

(vv. 1-35)

[Tito Maccio Plauto, Il soldato fanfarone, Milano, BUR, 1997, pag. 97-99]

20/01/14

Il paradiso degli orchi

Un'ultima domanda, signor Malaussène. In cosa consiste esattamente la sua mansione, al Grande Magazzino? Non emerge molto chiaramente dalla sua deposizione.
E non a caso...
Curiosamente, proprio in questo istante prendo coscienza dell'arredamento. È in stile impero, l'ufficio del commissario di divisione Rabdomant. Dalle sedie traballanti dall'aspetto pseudo-romano al servizio da caffè marchiato con la maiuscola imperiale N, per non parlare del divano Récamier che brilla discreto accanto alla libreria di mogano, tutto è immerso nella luce vegetale di  una tappezzeria color spinaci costellata di piccole api d'oro. Se cercassi bene, scoverei sicuramente il mini-busto del mini-Corso, una riproduzione del mini-bicorno e il memoriale di Las Casas nella libreria. Sebbene non abbia alcun nesso con la domanda che lui ha appena fatto, mi chiedo se ha pagato l'arredamento di tasca sua, il commissario di divisione, o se ha ottenuto dall'amministrazione un credito speciale per rivestire i locali con i colori della sua passione. In entrambi i casi, la conclusione è una sola: quest'uomo non rientra a casa tutte le sere. Ci sta bene, qui. E chi ama la cornice, ama il lavoro.
Sgobba venticinque ore su ventiquattro, il piedipiatti. Non si può fare troppo i furbi con la reincarnazione di Fouché. Da qui la mia decisione di non mentirgli.
- Faccio il Capro Espiatorio, signor commissario.
Il commissario Rabdomant mi rimanda uno sguardo assolutamente vuoto.
Allora gli spiego che la funzione detta di Controllo Tecnico è assolutamente fittizia. Io non controllo proprio niente, poiché niente è controllabile nella profusione dei mercanti del tempio. A meno di non moltiplicare per dieci gli effettivi controlli. Dunque, quando arriva un cliente con una lamentela, vengo chiamato dall’Ufficio Reclami nel quale ricevo una strapazzata  assolutamente terrificante. Il mio lavoro consiste nel subire l’uragano di umiliazioni con un’aria così contrita, così miserabile, così profondamente disperata, che di solito il cliente ritira il reclamo per non avere il mio suicidio sulla coscienza e tutto si conclude in via amichevole, con il minimo dei danni per il Grande Magazzino. Ecco, sono pagato per questo. Profumatamente, peraltro.

[Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi, Milano, Feltrinelli, 2004, pag. 57-58]

13/01/14

La cultura del narcisismo

La proliferazione di immagini visive e auditive in una "società dello spettacolo", com'è stata definita la nostra, ha incoraggiato un atteggiamento simile nei confronti del sé. La gente risponde agli altri come se le proprie azioni fossero registrate e trasmesse simultaneamente ad un pubblico nascosto o fossero riposte per essere esaminate minuziosamente in seguito. Le condizioni sociali prevalenti portano allo scoperto quei tratti narcisistici della personalità, presenti, in gradi differenti, in ciascuno di noi: una certa superficialità protettiva, la paura di impegni costrittivi, la volontà di sradicarsi ogni qual volta ne sorge la necessità, il desiderio di tenere aperte le alternative, l'avversione per la dipendenza da chiunque, l'incapacità di essere leali e riconoscenti.

[Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981, pag. 265]


06/01/14

Candido

«So anche» disse Candide «che bisogna coltivare il proprio giardino.»
«Hai ragione» disse Pangloss; «perché quando l'uomo fu posto nel giardino dell'Eden, ci fu posto ut operaretur eum, perché lo coltivasse; il che dimostra che l'uomo non è fatto per il riposo.»
«Lavoriamo senza ragionare» disse Martin; «è l'unico modo di render la vita tollerabile.»
Tutta la minuscola compagnia condivise quel lodevole disegno; ciascuno si mise ad esercitare i propri talenti. La poca terra fruttò molto. Cunégonde in verità era ben brutta ma divenne un ottima cuoca; Paquette ricamò; la vecchia badò alla biancheria. Persino fra Giroflée si rese utile; fu ottimo falegname e divenne addirittura galantuomo; e a volte Pangloss diceva a Candide:
«Tutti gli eventi sono concatenati nel migliore dei mondi possibili; perché insomma, non t'avessero cacciato da un bel castello a pedate nel sedere per amore di madamigella Cunégonde, non fossi caduto nelle mani dell'Inquisizione, non avessi percorso l'America a piedi, non avessi dato un bel colpo di spada al barone, non avessi perduto tutte le pecore del buon paese di Eldorado, non saresti qui a mangiar cedro candito e pistacchi...»
«Ben detto» rispose Candide «ma dobbiamo coltivare il nostro orto.»

[Voltaire, Candido, ovvero l'ottimismo, Milano, BUR, 1997, pag. 182-183]