25/11/13

La Chanson de Roland

Chiara è la notte e la luna splendente.
Carlo è coricato, ma per Orlando è pieno di dolore,
e per Oliviero gli pesa molto il cuore,
per i dodici pari e per la gente francese
che a Roncisvalle ha lasciato morta nel sangue.
Non può frenare il pianto e i lamenti,
e prega Dio che salvi quelle anime.
E' stanco il re, ché pena ha molto grande:
s'è addormentato, era ormai sfinito.
Per tutti i prati ora dormono i Franchi.
Non c'è cavallo che possa stare ritto:
chi vuole l'erba, la bruca sdraiato.
Molto ha imparato chi ha tanto sofferto!

(CLXXXIII)

[Graziano Ruffini (a cura di), La Chanson de Roland, Milano, Guanda, 1981, pag. 179]

18/11/13

Novembre

Novembre, mese dei morti, tutti i santi, tutti i morti; nebbioline vaghe e incerte che si aggirano sui campi come anime inquiete; il fiume che scorre via in piena, macchiettato di foglie gialle, che marciscono nelle pozze di acqua e fanghiglia; i faggi che sono di fiamma un giorno, e quello dopo se ne stanno inzuppati e spenti; il cortile della fattoria pieno di fango e di pozzanghere; i boschetti che lasciano tristemente cadere gocce di acqua e foglie; l'aria soffice, umida e dolce nelle macchie dei pini; il crepuscolo che oscura la collina; e gli stivali di gomma e gli impermeabili di plastica che ingombrano il portico.

[Eric Malpass, Alle sette del mattino è ancora tutto in ordine, MilanoBompiani, 2001, pag. 62]

11/11/13

L'elogio della pazzia

XXXI - Rende la vita sopportabile. Suvvia, perché, stando su un altissima vetta, non ci guardiamo attorno, come fa Giove, almeno se dobbiam credere ai poeti? Vedremo che la vita degli uomini soggiace a infiniti malanni, che misero e squallido è il loro nascere, laborioso l'allevamento, esposta a rischi di ogni sorta la fanciullezza, a tanti sudori costretta la gioventù, molestissima la vecchiaia, crudelissima la necessità della morte; inoltre la vita è infestata da schiere di malattie, su di essa pendono innumerevoli accidenti e incombono fastidi in quantità, in essa ogni avvenimento porta con sé un'abbondante vena di amarezza.
Non parliamo poi dei mali che l'uomo cagiona all'uomo, quali la povertà, il carcere, l'infamia, la vergogna, le torture, gli inganni, i tradimenti, le ingiurie, le liti, le frodi. Ma a procedere oltre sarebbe un voler contare il numero dei granelli di sabbia sul lido. Del resto non è affar mio ora spiegarvi i misfatti che han valso agli uomini queste sofferenze o parlarvi dell'ira che ha spinto una divinità a far nascere gli uomini in mezzo a queste miserie. Ma chi si volgesse a considerarle apprezzerà certamente l'esempio delle ragazze di Mileto*, anche se la loro fine appare degna di grande pietà? E chi son coloro che più di tutti hanno anticipato il giorno fatale per noia della vita? Proprio quelli che abitano uscio a uscio con la sapienza. Non voglio neppure accennare ad uomini come Diogene, Senocrate, Catone, Cassio e Bruto, ma tra essi mi basta l'esempio di quel famoso Chirone, che poteva essere immortale e volontariamente preferì invece morire.
Voi scorgete chiaramente, mi pare, le conseguenze che ne risulterebbero se gli uomini diventassero tutti sapienti. Occorrerebbe evidentemente un'altra argilla e un novello Prometeo che la plasmasse.
Viceversa io istillo negli uomini l'ignoranza e li distolgo dal riflettere, talora li induco a dimenticare i mali e ad illudersi con speranze di felicità, qualche volta gli ungo le labbra col miele dei piaceri e insomma in tutte le lor miserie io li assisto. Sicché essi trovan di lor gradimento il vivere, anche quando lo stame che filan le Parche è al suo termine e la vita sta ormai per abbandonarli. Perciò quanto meno motivi hanno di restare in vita, tanto più provan gusto a vivere. A tal punto non pesa agli uomini il tedio dell'esistenza.

*Aulo Gellio racconta ch' eran frequenti i suicidi tra le giovani di Mileto (Notti attiche, XV, 10)

[Erasmo da Rotterdam, L'elogio della pazzia, MilanoSUPERBUR, 2001, pag. 55-56]

04/11/13

Bar Sport

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando, dicono: "La meringa è un po' sciupata, oggi. Sarà il caldo". Oppure: "È ora di dar la polvere al krapfen". Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito al bar si sparse la voce: "Hanno mangiato la Luisona!" La Luisona  era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guadando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l'esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi  di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l'intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene.

(La Luisona)

[Stefano Benni, Bar Sport, MilanoFeltrinelli, 1997, pag. 13]