17/02/14

Le ombre lunghe del Novecento

Dopo il declino del marxismo-leninismo, di una dottrina che aveva ispirato due grandi rivoluzioni del nostro tempo, in Russia e in Cina, ossia nei paesi più popolosi e più vasti dell'Europa e dell'Asia, si era diffuso il convincimento che nessun'altra concezione messianica, nessun'altra teologia politica, si sarebbe affacciata all'orizzonte. Del resto, il Novecento era già stato fin troppo funestato e intossicato, sino a recarne ancora le profonde ferite, da una duplice versione del totalitarismo, di quello che Hannah Arendt ha definito il «Male assoluto». Seppur non così a lungo e in largo come il comunismo, anche il nazifascismo aveva impresso sul ventesimo secolo un marchio indelebile. Non solo perché il regime hitleriano aveva scatenato una seconda guerra mondiale, rivelatasi ancora più spaventosa della prima, ma perché era giunto a perpetrare, ai fini del dominio di una «stirpe eletta», un unicum di barbarie e violenza politica nella storia dell'umanità come il genocidio di sei milioni di ebrei.
Si spiega pertanto, come al volgere del Novecento, fosse opinione pressoché generale che il capitalismo e la democrazia, l'uno in quanto riformato dai suoi primitivi animal spirits rapaci e aggressivi, e l'altra in quanto sempre più pluralista e partecipata, avrebbero potuto procedere nel loro cammino senza più ostacoli né antagonisti temibili. D'altra parte, gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda contro l'URSS e affrontato le guerre «calde» nelle zone asiatiche di confine fra l'Est e l'Ovest, in Corea e nel Vietnam, puntando non a distruggere l'avversario ma a contenerlo e dissuaderlo, sebbene avessero lasciato dietro di sé un fardello di acredini e rancori, insieme ad un cumulo di devastazioni.
Quanto alla Cina, al grande «pianeta rosso» sopravvissuto al cataclisma dell'URSS e del mondo comunista, essa stava convertendosi a una sorta di «socialismo di mercato». Si riteneva, perciò, che il regime postmaoista sarebbe giunto prima o poi a ripudiare il suo codice genetico, senza arrivare peraltro a costituire un serio concorrente economico dell'Occidente, dato che avrebbe dovuto provvedere innanzitutto ad assestarsi, nonché a sfamare milioni di suoi abitanti. E per il resto, dell'altra mezza dozzina di regimi comunisti rimasti in vita, dei quaranta che un tempo avevano assunto un'impronta marxista-leninista o ne riecheggiavano alcuni aspetti, non era più il caso di preoccuparsi, dato che si trattava perlopiù di paesi ininfluenti ai fini degli equilibri internazionali.
Sembrava, dunque, che l'Occidente avesse avuto la meglio su tutta la linea e una volta per tutte. Al punto che si dava per scontato che avrebbe innescato un processo di integrazione del mondo sotto le sue insegne, non più nello stesso modo di un tempo, imponendosi con le armi dell'imperialismo, bensì mediante una sorta di «soft power, con l'esportazione dei principi della democrazia e con le leve di un'economia sempre più dinamica, delle innovazioni, delle conoscenze.
Trovò così larga udienza, affascinando non solo i mass media, la tesi del politologo americano di origini giapponesi Francis Fukuyama sulla «fine della Storia». L'aveva  annunciata in un saggio, intitolato The End of History, scritto nell'inverno del 1988-1989, e quindi prima della caduta del muro di Berlino, il che la faceva apparire tanto più plausibile e convincente. In verità, con quel titolo Fukuyama intendeva rilevare che sia le ideologie totalitarie sia quelle liberali e socialdemocratiche avevano fatto il loro tempo: le une perché cancellate a mano a mano dagli eventi, le altre perché non più riproducibili nelle stesse versioni professate fino ad allora.

[Valerio Castronovo, Le ombre lunghe del Novecento. Perché la storia non è finita, Milano, Mondadori, 2010, pag. 11-12]


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