30/09/13

L'uomo che piantava gli alberi

Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c'è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavamo diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c'era nulla.

[Jean Giono, L'uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani Editore, 1996, pag. 26]


23/09/13

Effetto Google

Nel 1998, l'anno in cui fu costruita formalmente Google, l'utopismo dominava la Silicon Valley e il web. Nicholas Negroponte, founding director di Media lab, un'emanazione del MIT, pubblicò il libro, Being Digital, in cui proclamava che il web avrebbe aperto la via a una nuova generazione, libera da tanti vecchi pregiudizi... La tecnologia digitale può essere una forza naturale in grado di attrarre le persone nell'armonia complessiva del mondo. Internet prometteva libertà dagli abbonamenti e dai canoni di affitto, e dalla pubblicità grossolana e fuorviante che dominava la televisione. Le aziende digitali esaltavano il loro «traffico», i «contatti» e le «valutazioni di mercato», ignorando i ricavi sporadici e i profitti inesistenti. Gli executive dei «nuovi media» andavano ai  convegni cui partecipavano i colleghi dei «vecchi media» e li prendevano in giro: «Non capite niente!» dicevano loro. «Apriteli, mettete in comune i vostri contenuti. Buttate via quelle costose rotative. Usate Internet come piattaforma promozionale e il vostro business crescerà.» Ma come realizzare dei profitti? nessuno lo sapeva.
C'era anche una diffusa avidità, indotta dal sogno di ricchezze senza precedenti. Gli studenti di economia accorrevano in massa nella Silicon Valley. L'ottimismo era la droga più gettonata. Page e Brin [i fondatori di Google N.d.R.] aprirono il primo ufficio di Google nel soggiorno del bilocale per studenti di Escondido Village che Sergey divideva con un compagno. Il computer e il server di Google stavano nel soggiorno dell'appartamento di Larry. Quelle macchine mettevano a dura prova la rete elettrica, costringendoli a scendere frequentemente in cantina per riattivare l'interruttore.«Per fortuna, mi ero procurato un apposito attrezzo per aprire la porta senza chiave», ha ricordato Brin. Aveva letto un libro finalizzato proprio a questo scopo: The MIT Guide to Lock Picking.
Page e Brin avevano le idee chiare e non si lasciavano influenzare facilmente. Come ha ricordato Motwani, «pensavano fosse scorretto» consentire ai siti web di pagare per comparire in cima ai risultati delle ricerche, cosa che facevano altri motori di ricerca. Erano decisi a costruire un sistema informatico che non perdesse mai capacità, come accadeva talvolta a quello di Stanford. Per conquistare la fiducia degli utenti volevano una home page semplice e funzionale, priva di pubblicità o di immagini; volevano servire gli utenti facendoli uscire il più presto possibile dal sito Google per andare al sito di destinazione. Page e Brin non avrebbero speso un penny per pubblicizzare Google. Del resto, erano al verde: avevano appena dato fondo alle loro tre carte di credito. Credevano nel passaparola: avevano il miglior motore di ricerca, ed erano sicuri che la voce si sarebbe sparsa.

[Ken Auletta, Effetto Google. La fine del mondo come lo conosciamo, Milano, Garzanti, 2010, pag. 58-59]

16/09/13

Il rosso e il nero

Farsi strada, per Julien,  significava prima di tutto andarsene da Verrières: egli odiava il suo paese. Tutto quel che vedeva gelava la sua immaginazione.
Fin dalla prima infanzia aveva avuto momenti esaltazione: a quel tempo sognava, deliziato, che un giorno avrebbe conosciuto le belle donne di Parigi e si sarebbe conquistato la loro attenzione con qualche azione clamorosa. Perché qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, proprio come la brillante Madame de Beauharnais si era innamorata di Bonaparte, ancora povero? Da molti anni Julien non trascorreva forse neanche un'ora della sua vita senza ripetersi che Bonaparte, oscuro luogotenente, senza fortuna, era divenuto padrone del mondo con la sua spada. Questo pensiero lo consolava delle sue disgrazie, che gli sembravano grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando poteva gioire di qualcosa.
La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono improvvisamente: gli venne un'idea che per alcune settimane lo mise fuori di sé, e alla fine si impadronì di lui con tutta la forza che un'anima ardente pensa di avere inventato.
«Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l'invasione: il merito militare era necessario, era di moda. Oggi si vedono dei preti di quarant'anni con centomila franchi di stipendio, cioè il triplo dei famosi generali di divisione napoleonici. C'è bisogno di uomini che li assecondino. Ed ecco questo giudice di pace, un uomo finora così accorto e onesto, che in età avanzata si disonora, per paura di urtare un giovane vicario di trent'anni. Bisogna farsi preti.»

[Stendhal, Il rosso e il nero, MilanoGarzanti, 1996, pag. 27-28]

09/09/13

Futuro del "classico"

L'essenza del "classico" in quanto risultato  di scambi e mescolanze fra le culture e la "forma ritmica" del suo continuo rinascere nella storia sono dunque le due facce  di una stessa medaglia.
In questa ipotesi di lavoro, le svariate declinazioni del "classico" che abbiamo via via ripercorso (e le molte altre rimaste fuori dal quadro) prenderebbero, si può ipotizzare, più rilievo e più interesse. Il "classico" potrebbe a buon diritto essere ancora oggetto di attenzione e di studio, e avrebbe senso riproporlo, anche nella scuola, non più come immobile e privilegiato gergo delle élite, ma come efficace chiave d'accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo interpretarsi. Il "classico" piuttosto che come modello immutabile ridiventerebbe quello che altre volte è stato, lo stimolo ad un serrato confronto non solo tra antichi e moderni, ma anche fra le culture "nostre" e le "altre": un confronto sempre giocato in funzione del presente, e sempre come lo scontro, a volte assai aspro, fra opposte interpretazioni non solo del passato, ma del futuro. Perché quella perpetua invocazione e ridefinizione del "classico" null'altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci appartengono; che ci hanno generato e che noi generiamo e ri-generiamo ogni volta che li evochiamo  nel presente e per il presente. Quanto più sapremo guardare al "classico" non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo ad intendere il "diverso", tanto più da dirci esso avrà nel futuro.

[Salvatore Settis, Futuro del "classico", Torino, Einaudi, 2004, pag. 123-124]

02/09/13

La bottega del caffè

[Atto primo, scena prima]

RIDOLFO Animo figlioli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servir gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.

TRAPPOLA Caro signor padrone, per dirvi la verità, questo levarsi di buon ora non è niente fatto per la mia complessione.

RIDOLFO Eppure bisogna levarsi presto. Bisogna servir tutti. A buon'ora vengono quelli che hanno da far viaggio, i lavoranti, i barcaioli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.

TRAPPOLA E' veramente una cosa che fa crepar di ridere, vedere anche i facchini venir a bevere il loro caffè.

RIDOLFO Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l'acquavite, adesso è in voga il caffè.

[Carlo Goldoni, La bottega del caffè, Torino, Einaudi, 1966, pag. 17]