12/08/13

L'Isola del Tesoro

Eravamo entrati nella zona degli alisei per prendere il vento dell'isola che dovevamo raggiungere (non mi è concesso di spiegarmi meglio) e correvamo verso di essa facendo buona guardia giorno e notte. Era all'incirca l'ultimo giorno del nostro viaggio di andata, volendo fare il computo più abbondante; durante la notte, o al più tardi l'indomani mattina, avremmo dovuto avvistare l'Isola del Tesoro. Navigavamo con la prua a sud-sudovest con una brezza costante di traverso e mare calmo. L'Hispaniola rullava regolarmente, abbassando di tanto in tanto il bompresso con una buffata di spruzzi. Tutte quante le vele, in alto e in basso, portavano; e poiché la fine della prima parte della nostra spedizione era così vicina, eravamo tutti di ottimo umore.
Era appena tramontato il sole e io, smesso di lavorare, mi dirigevo verso la mia cuccetta, quando mi prese voglia di una mela. Corsi in coperta. I marinai di gaurdia erano tutti a prua a spiare l'apparire dell'isola. Il timoniere stava attento alle vele e intanto fischiettava dolcemente. A parte il fruscio delle acque contro la prua e i fianchi della nave, era questo l'unico suono che si udisse.
Entrai nel barile con tutto il corpo, e trovai che mele non ve n'erano quasi più; ma stando lì dentro al buio, cullato dal rullio della barca e dal mormorio dell'acqua mi sarei presto addormentato se qualcuno dalla pesante corporatura non fosse venuto a sedersi rumorosamente contro. Il barile ebbe una scossa quand'egli vi urtò con le spalle, e io stavo per saltar fuori, allorché costui cominciò a parlare. Era la voce di Silver; mi bastò udire dieci parole, che per tutto l'oro del mondo non sarei più uscito; e rimasi lì, tutto tremante, in ascolto, preso tra curiosità e spavento; poiché da quelle poche parole avevo capito che la vita di tutti i galantuomini a bordo dipendeva unicamente da me.

[Robert Louis Stevenson, L'Isola del Tesoro, Milano, Mondadori, 1994, pag. 69-70]

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