09/09/13

Futuro del "classico"

L'essenza del "classico" in quanto risultato  di scambi e mescolanze fra le culture e la "forma ritmica" del suo continuo rinascere nella storia sono dunque le due facce  di una stessa medaglia.
In questa ipotesi di lavoro, le svariate declinazioni del "classico" che abbiamo via via ripercorso (e le molte altre rimaste fuori dal quadro) prenderebbero, si può ipotizzare, più rilievo e più interesse. Il "classico" potrebbe a buon diritto essere ancora oggetto di attenzione e di studio, e avrebbe senso riproporlo, anche nella scuola, non più come immobile e privilegiato gergo delle élite, ma come efficace chiave d'accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo interpretarsi. Il "classico" piuttosto che come modello immutabile ridiventerebbe quello che altre volte è stato, lo stimolo ad un serrato confronto non solo tra antichi e moderni, ma anche fra le culture "nostre" e le "altre": un confronto sempre giocato in funzione del presente, e sempre come lo scontro, a volte assai aspro, fra opposte interpretazioni non solo del passato, ma del futuro. Perché quella perpetua invocazione e ridefinizione del "classico" null'altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci appartengono; che ci hanno generato e che noi generiamo e ri-generiamo ogni volta che li evochiamo  nel presente e per il presente. Quanto più sapremo guardare al "classico" non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo ad intendere il "diverso", tanto più da dirci esso avrà nel futuro.

[Salvatore Settis, Futuro del "classico", Torino, Einaudi, 2004, pag. 123-124]

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