30/12/13

I lettori di libri sono sempre più falsi

"Tutto ciò che si scrive è già polvere nel momento stesso in cui viene scritto, ed è giusto che vada a disperdersi con le altre ceneri e polveri del mondo. Scrivere è un modo di consumare il tempo, rendendogli l'omaggio che gli è dovuto: lui dà e toglie, e quello che dà è solo quello che toglie, così la sua somma è sempre lo zero, l'insostanziale. Noi chiediamo di poter celebrare questo insostanziale, e il vuoto, l'ombra, l'erba secca, le pietre dei muri che crollano e la polvere che respiriamo".

[Gianni Celati, I lettori di libri sono sempre più falsi, MilanoFeltrinelli ebook, 2012]

23/12/13

Tre racconti

Di pomeriggio si spingevano con l'asino oltre le Roches-Noires, dalla parte di Hennequeville. All'inizio il sentiero saliva fra terreni ondulati come il prato di un parco, poi arrivava a un altopiano dove i pascoli s'alternavano ai coltivi. Sul ciglio del sentiero, nel fitto dei rovi, crescevano gli agrifogli. Qua e là, un grande albero morto tracciava lo zig zag dei suoi rami sull'azzurro dell'aria.
Quasi sempre si riposavano in un prato: avevano Deauville sulla sinistra, Le Havre sulla destra; davanti, il mare aperto. Era scintillante di sole, liscio come uno specchio, talmente tranquillo che se ne udiva a stento il mormorio; passeri invisibili cinguettavano, e la volta immensa del cielo avvolgeva tutto. La signora Aubain, seduta, era intenta al suo lavoro di cucito; Virginia, accanto a lei, intrecciava dei giunchi; Felicita mondava fiori di lavanda. Paolo, che s'annoiava, avrebbe voluto andar via.

(Un cuore semplice)

[Gustave Flaubert, Tre racconti, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2011, pag. 25]

16/12/13

Lettera sulla felicità

Epicuro saluta Meneceo,
     Non aspetti il giovane a filosofare, né il vecchio di filosofare si stanchi: nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell'anima. Chi dice che non è ancora giunta l'età di filosofare o che è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora o non è più l'età di essere felici. Cosicché devono filosofare sia il giovane, sia il vecchio: questo perché invecchiando rimanga giovane nei beni, per il ricordo gradito del passato; quello perché sia insieme giovane e vecchio, per l'assenza di timore di fronte al futuro: bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla.

[Epicuro, Lettera sulla felicità, Milano, BUR, 2005, pag. 19]

09/12/13

Maigret e il caso Saint-Fiacre

«Ancora una telefonata» sospirò Maigret vedendo Jean Métayer alzarsi di nuovo.
Lo seguì con gli occhi e notò che non andava né alla cabina telefonica, né alla toilette. Inoltre, l’avvocato grassottello era seduto sulla punta delle natiche come chi esitava ad alzarsi. Fissava il conte di Saint-Fiacre. Sembrava che stesse persino per abbozzare un sorriso.
Maigret era forse di troppo? Questa scena ricordava al commissario certi episodi di gioventù: tre o quattro compagni, in un caffè assai simile a quello in cui si trovava, due donne all’altra estremità della sala. Le discussioni, il cameriere, chiamato, cui si affidava un biglietto …

[Georges Simenon, Maigret e il caso Saint-Fiacre, Milano, Oscar Mondadori, 1990, pag. 115]

02/12/13

Nudi e crudi

Casa Ransome era stata svaligiata. «Rapinata» disse Mrs Ransome. «Svaligiata» la corresse il marito. Le rapine si fanno in banca; una casa si svaligia. Mr Ransome era avvocato e riteneva che le parole avessero la loro importanza. Anche se in questo caso era difficile trovare un termine preciso. Di solito un ladro sceglie, fa una cernita, prende un oggetto e ne lascia altri. C'è un limite a ciò che riesce a far sparire: per esempio, è raro che porti via una poltrona, ancor più raro un divano. Questi ladri, però, l'avevano fatto. Avevano preso tutto.

[Alan Bennett, Nudi e crudi, Milano, Adelphi, 2001, pag. 9]


25/11/13

La Chanson de Roland

Chiara è la notte e la luna splendente.
Carlo è coricato, ma per Orlando è pieno di dolore,
e per Oliviero gli pesa molto il cuore,
per i dodici pari e per la gente francese
che a Roncisvalle ha lasciato morta nel sangue.
Non può frenare il pianto e i lamenti,
e prega Dio che salvi quelle anime.
E' stanco il re, ché pena ha molto grande:
s'è addormentato, era ormai sfinito.
Per tutti i prati ora dormono i Franchi.
Non c'è cavallo che possa stare ritto:
chi vuole l'erba, la bruca sdraiato.
Molto ha imparato chi ha tanto sofferto!

(CLXXXIII)

[Graziano Ruffini (a cura di), La Chanson de Roland, Milano, Guanda, 1981, pag. 179]

18/11/13

Novembre

Novembre, mese dei morti, tutti i santi, tutti i morti; nebbioline vaghe e incerte che si aggirano sui campi come anime inquiete; il fiume che scorre via in piena, macchiettato di foglie gialle, che marciscono nelle pozze di acqua e fanghiglia; i faggi che sono di fiamma un giorno, e quello dopo se ne stanno inzuppati e spenti; il cortile della fattoria pieno di fango e di pozzanghere; i boschetti che lasciano tristemente cadere gocce di acqua e foglie; l'aria soffice, umida e dolce nelle macchie dei pini; il crepuscolo che oscura la collina; e gli stivali di gomma e gli impermeabili di plastica che ingombrano il portico.

[Eric Malpass, Alle sette del mattino è ancora tutto in ordine, MilanoBompiani, 2001, pag. 62]

11/11/13

L'elogio della pazzia

XXXI - Rende la vita sopportabile. Suvvia, perché, stando su un altissima vetta, non ci guardiamo attorno, come fa Giove, almeno se dobbiam credere ai poeti? Vedremo che la vita degli uomini soggiace a infiniti malanni, che misero e squallido è il loro nascere, laborioso l'allevamento, esposta a rischi di ogni sorta la fanciullezza, a tanti sudori costretta la gioventù, molestissima la vecchiaia, crudelissima la necessità della morte; inoltre la vita è infestata da schiere di malattie, su di essa pendono innumerevoli accidenti e incombono fastidi in quantità, in essa ogni avvenimento porta con sé un'abbondante vena di amarezza.
Non parliamo poi dei mali che l'uomo cagiona all'uomo, quali la povertà, il carcere, l'infamia, la vergogna, le torture, gli inganni, i tradimenti, le ingiurie, le liti, le frodi. Ma a procedere oltre sarebbe un voler contare il numero dei granelli di sabbia sul lido. Del resto non è affar mio ora spiegarvi i misfatti che han valso agli uomini queste sofferenze o parlarvi dell'ira che ha spinto una divinità a far nascere gli uomini in mezzo a queste miserie. Ma chi si volgesse a considerarle apprezzerà certamente l'esempio delle ragazze di Mileto*, anche se la loro fine appare degna di grande pietà? E chi son coloro che più di tutti hanno anticipato il giorno fatale per noia della vita? Proprio quelli che abitano uscio a uscio con la sapienza. Non voglio neppure accennare ad uomini come Diogene, Senocrate, Catone, Cassio e Bruto, ma tra essi mi basta l'esempio di quel famoso Chirone, che poteva essere immortale e volontariamente preferì invece morire.
Voi scorgete chiaramente, mi pare, le conseguenze che ne risulterebbero se gli uomini diventassero tutti sapienti. Occorrerebbe evidentemente un'altra argilla e un novello Prometeo che la plasmasse.
Viceversa io istillo negli uomini l'ignoranza e li distolgo dal riflettere, talora li induco a dimenticare i mali e ad illudersi con speranze di felicità, qualche volta gli ungo le labbra col miele dei piaceri e insomma in tutte le lor miserie io li assisto. Sicché essi trovan di lor gradimento il vivere, anche quando lo stame che filan le Parche è al suo termine e la vita sta ormai per abbandonarli. Perciò quanto meno motivi hanno di restare in vita, tanto più provan gusto a vivere. A tal punto non pesa agli uomini il tedio dell'esistenza.

*Aulo Gellio racconta ch' eran frequenti i suicidi tra le giovani di Mileto (Notti attiche, XV, 10)

[Erasmo da Rotterdam, L'elogio della pazzia, MilanoSUPERBUR, 2001, pag. 55-56]

04/11/13

Bar Sport

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando, dicono: "La meringa è un po' sciupata, oggi. Sarà il caldo". Oppure: "È ora di dar la polvere al krapfen". Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva. Subito al bar si sparse la voce: "Hanno mangiato la Luisona!" La Luisona  era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guadando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.
La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l'esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi  di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l'intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla nella bacheca e andarvene.

(La Luisona)

[Stefano Benni, Bar Sport, MilanoFeltrinelli, 1997, pag. 13]

28/10/13

Jour de fête: i colori ritrovati

Grazie a Jacques Tati, abbiamo in Francia un'espressione per indicare un seguito di avvenimenti dove si mescolano l'assurdo, la derisione, lo humor e la poesia. Diciamo: è una storia alla Tati.

(Jour de fête: i colori ritrovati)

[Giorgio Placereani, Fabiano Rosso (a cura di ), Il gesto sonoro. Il cinema di Jacques Tati, Milano, Editrice Il Castoro, 2002, pag. 57]

14/10/13

Il giovane Holden

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d'infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto - chi lo nega - ma anche maledettamente suscettibili. D'altronde non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi cosí  a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia. Niente di più di quel che ho raccontato a D.B., con tutto che lui è mio fratello e quel che segue. Sta a Hollywood, lui. Non è poi tanto lontano da questo lurido buco, e viene qui a trovarmi praticamente ogni fine settimana. Mi accompagnerà a casa in macchina quando ci andrò il mese prossimo, chi sa. Ha appena preso una Jaguar. Uno di quei gingilli inglesi che arrivano sui trecento all'ora. Gli è costata uno scherzetto come quattromila sacchi o giù di lí. E' pieno di soldi, adesso. Mica come prima. Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa. Ha scritto quel formidabile libro di racconti, Il pesciolino nascosto, se per caso non l'avete mai sentito nominare. Il più bello di quei racconti era Il pesciolino nascosto. Parlava di quel ragazzino che non voleva far vedere a nessuno il suo pesciolino rosso perché l'aveva comprato coi soldi suoi. Una cosa da lasciarti secco. Ora sta a Hollywood, D.B., a sputtanarsi. Se c'è una cosa che odio sono i film. Non me li nominate nemmeno.
Voglio cominciare il mio racconto dal giorno che lasciai l'Istituto Pencey. L'Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. Probabile che ne abbiate sentito parlare. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari, se non altro. Si fanno la pubblicità su un migliaio di riviste, e c'è sempre un tipo gagliardo a cavallo che salta una siepe. Come se a Pencey non si facesse altro che giocare a polo tutto il tempo. Io di cavalli non ne ho visto neanche uno, né lí, né nei dintorni. E sotto quel tipo a cavallo c'è sempre scritto: «Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare». Buono per i merli. A Pencey non forgiano un accidente, tale e quale come nelle altre scuole. E io laggiù non ho conosciuto nessuno che fosse splendido e dalle idee chiare e via discorrendo. Forse due tipi. Seppure. E probabilmente erano già cosí prima di andare a Pencey.

[Jerome David Salinger, Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961, pag. 3-4]

07/10/13

Dafni e Cloe

Si era ormai in pieno autunno, e nell'imminenza della vendemmia ognuno era all'opera; chi apprestava i torchi, chi ripuliva le botti, chi intrecciava canestri; uno attendeva a preparare il falcetto per il taglio dei grappoli, un altro a predisporre una pietra idonea a schiacciare i succosi chicchi d'uva; un altro ancora ad approntare bacchette di vermena secca, privata della corteccia col sistema della battitura, in modo che, fattene fiaccole, potessero fare luce di notte durante il trasporto del mosto. Allora Dafni e Cloe, lasciando ad altri cura delle capre e delle pecore, partecipavano ai lavori e si rendevano utili dando una mano. Dafni trasportava i grappoli in canestri, e dopo averli gettati nei torchi, li pigiava con i piedi e quindi andava a versare il vino nelle botti; Cloe preparava da mangiare a coloro che vendemmiavano e mesceva loro vino vecchio; anche staccava i grappoli dai tralci bassi delle vigne.

(libro II)

[Longo Sofista, Dafni e Cloe, Milano, Mondadori, 1991, pag. 85]

30/09/13

L'uomo che piantava gli alberi

Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c'è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavamo diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c'era nulla.

[Jean Giono, L'uomo che piantava gli alberi, Milano, Salani Editore, 1996, pag. 26]


23/09/13

Effetto Google

Nel 1998, l'anno in cui fu costruita formalmente Google, l'utopismo dominava la Silicon Valley e il web. Nicholas Negroponte, founding director di Media lab, un'emanazione del MIT, pubblicò il libro, Being Digital, in cui proclamava che il web avrebbe aperto la via a una nuova generazione, libera da tanti vecchi pregiudizi... La tecnologia digitale può essere una forza naturale in grado di attrarre le persone nell'armonia complessiva del mondo. Internet prometteva libertà dagli abbonamenti e dai canoni di affitto, e dalla pubblicità grossolana e fuorviante che dominava la televisione. Le aziende digitali esaltavano il loro «traffico», i «contatti» e le «valutazioni di mercato», ignorando i ricavi sporadici e i profitti inesistenti. Gli executive dei «nuovi media» andavano ai  convegni cui partecipavano i colleghi dei «vecchi media» e li prendevano in giro: «Non capite niente!» dicevano loro. «Apriteli, mettete in comune i vostri contenuti. Buttate via quelle costose rotative. Usate Internet come piattaforma promozionale e il vostro business crescerà.» Ma come realizzare dei profitti? nessuno lo sapeva.
C'era anche una diffusa avidità, indotta dal sogno di ricchezze senza precedenti. Gli studenti di economia accorrevano in massa nella Silicon Valley. L'ottimismo era la droga più gettonata. Page e Brin [i fondatori di Google N.d.R.] aprirono il primo ufficio di Google nel soggiorno del bilocale per studenti di Escondido Village che Sergey divideva con un compagno. Il computer e il server di Google stavano nel soggiorno dell'appartamento di Larry. Quelle macchine mettevano a dura prova la rete elettrica, costringendoli a scendere frequentemente in cantina per riattivare l'interruttore.«Per fortuna, mi ero procurato un apposito attrezzo per aprire la porta senza chiave», ha ricordato Brin. Aveva letto un libro finalizzato proprio a questo scopo: The MIT Guide to Lock Picking.
Page e Brin avevano le idee chiare e non si lasciavano influenzare facilmente. Come ha ricordato Motwani, «pensavano fosse scorretto» consentire ai siti web di pagare per comparire in cima ai risultati delle ricerche, cosa che facevano altri motori di ricerca. Erano decisi a costruire un sistema informatico che non perdesse mai capacità, come accadeva talvolta a quello di Stanford. Per conquistare la fiducia degli utenti volevano una home page semplice e funzionale, priva di pubblicità o di immagini; volevano servire gli utenti facendoli uscire il più presto possibile dal sito Google per andare al sito di destinazione. Page e Brin non avrebbero speso un penny per pubblicizzare Google. Del resto, erano al verde: avevano appena dato fondo alle loro tre carte di credito. Credevano nel passaparola: avevano il miglior motore di ricerca, ed erano sicuri che la voce si sarebbe sparsa.

[Ken Auletta, Effetto Google. La fine del mondo come lo conosciamo, Milano, Garzanti, 2010, pag. 58-59]

16/09/13

Il rosso e il nero

Farsi strada, per Julien,  significava prima di tutto andarsene da Verrières: egli odiava il suo paese. Tutto quel che vedeva gelava la sua immaginazione.
Fin dalla prima infanzia aveva avuto momenti esaltazione: a quel tempo sognava, deliziato, che un giorno avrebbe conosciuto le belle donne di Parigi e si sarebbe conquistato la loro attenzione con qualche azione clamorosa. Perché qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, proprio come la brillante Madame de Beauharnais si era innamorata di Bonaparte, ancora povero? Da molti anni Julien non trascorreva forse neanche un'ora della sua vita senza ripetersi che Bonaparte, oscuro luogotenente, senza fortuna, era divenuto padrone del mondo con la sua spada. Questo pensiero lo consolava delle sue disgrazie, che gli sembravano grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando poteva gioire di qualcosa.
La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono improvvisamente: gli venne un'idea che per alcune settimane lo mise fuori di sé, e alla fine si impadronì di lui con tutta la forza che un'anima ardente pensa di avere inventato.
«Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l'invasione: il merito militare era necessario, era di moda. Oggi si vedono dei preti di quarant'anni con centomila franchi di stipendio, cioè il triplo dei famosi generali di divisione napoleonici. C'è bisogno di uomini che li assecondino. Ed ecco questo giudice di pace, un uomo finora così accorto e onesto, che in età avanzata si disonora, per paura di urtare un giovane vicario di trent'anni. Bisogna farsi preti.»

[Stendhal, Il rosso e il nero, MilanoGarzanti, 1996, pag. 27-28]

09/09/13

Futuro del "classico"

L'essenza del "classico" in quanto risultato  di scambi e mescolanze fra le culture e la "forma ritmica" del suo continuo rinascere nella storia sono dunque le due facce  di una stessa medaglia.
In questa ipotesi di lavoro, le svariate declinazioni del "classico" che abbiamo via via ripercorso (e le molte altre rimaste fuori dal quadro) prenderebbero, si può ipotizzare, più rilievo e più interesse. Il "classico" potrebbe a buon diritto essere ancora oggetto di attenzione e di studio, e avrebbe senso riproporlo, anche nella scuola, non più come immobile e privilegiato gergo delle élite, ma come efficace chiave d'accesso alla molteplicità delle culture del mondo contemporaneo, come aiuto a intendere il loro processo di mutuo interpretarsi. Il "classico" piuttosto che come modello immutabile ridiventerebbe quello che altre volte è stato, lo stimolo ad un serrato confronto non solo tra antichi e moderni, ma anche fra le culture "nostre" e le "altre": un confronto sempre giocato in funzione del presente, e sempre come lo scontro, a volte assai aspro, fra opposte interpretazioni non solo del passato, ma del futuro. Perché quella perpetua invocazione e ridefinizione del "classico" null'altro è stata ed è che un incessante ricercare i nostri antenati, che per definizione sono lontani da noi e per definizione ci appartengono; che ci hanno generato e che noi generiamo e ri-generiamo ogni volta che li evochiamo  nel presente e per il presente. Quanto più sapremo guardare al "classico" non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo ad intendere il "diverso", tanto più da dirci esso avrà nel futuro.

[Salvatore Settis, Futuro del "classico", Torino, Einaudi, 2004, pag. 123-124]

02/09/13

La bottega del caffè

[Atto primo, scena prima]

RIDOLFO Animo figlioli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servir gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.

TRAPPOLA Caro signor padrone, per dirvi la verità, questo levarsi di buon ora non è niente fatto per la mia complessione.

RIDOLFO Eppure bisogna levarsi presto. Bisogna servir tutti. A buon'ora vengono quelli che hanno da far viaggio, i lavoranti, i barcaioli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.

TRAPPOLA E' veramente una cosa che fa crepar di ridere, vedere anche i facchini venir a bevere il loro caffè.

RIDOLFO Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l'acquavite, adesso è in voga il caffè.

[Carlo Goldoni, La bottega del caffè, Torino, Einaudi, 1966, pag. 17]

26/08/13

Satiricon

«Come? Ma allora non sapete da chi si va oggi! Da Trimalcione, uno che scoppia di soldi, e in sala da pranzo ha un orologio e un trombettiere, piazzato lì apposta per ricordargli via via quanto tempo della sua vita se n'è andato».  

[Petronio Arbitro, Satiricon, Milano, Garzanti, 1999, pag. 35]

19/08/13

Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo

Questo libro prende vita dalle vicende di quei diciotto giorni dell'estate 1960, quando a Roma si celebrò la XVIII Olimpiade. Quei giochi offrirono al mondo prestazioni sportive che restano tuttora tra le più fulgide nella storia dello sport: da Wilma Rudolph nello sprint, ad Abebe Bikila nella maratona; da Cassius Clay nella boxe a Rafer Johnson nel dacathlon.  Ma non furono solo le gare a rendere memorabile quell'Olimpiade; in quei giorni, infatti, nella città eterna, si poteva avvertire, in modo quasi palapabile, la presenza di profonde forze di trasformazione: nello sport, nella cultura, nella politica - mondi così diversi eppure saldamente intrecciati tra loro - si potevano cogliere i segni del passaggio da un vecchio, moribondo ordinamento a un altro che muoveva allora i suoi primi passi. Iniziava a profilarsi, già gravato del pieno carico della sua potenzialità di speranza e angoscia, il mondo che oggi vediamo attorno a noi.

[David Maraniss, Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo, Milano, Rizzoli,  2010, pag. 11]

12/08/13

L'Isola del Tesoro

Eravamo entrati nella zona degli alisei per prendere il vento dell'isola che dovevamo raggiungere (non mi è concesso di spiegarmi meglio) e correvamo verso di essa facendo buona guardia giorno e notte. Era all'incirca l'ultimo giorno del nostro viaggio di andata, volendo fare il computo più abbondante; durante la notte, o al più tardi l'indomani mattina, avremmo dovuto avvistare l'Isola del Tesoro. Navigavamo con la prua a sud-sudovest con una brezza costante di traverso e mare calmo. L'Hispaniola rullava regolarmente, abbassando di tanto in tanto il bompresso con una buffata di spruzzi. Tutte quante le vele, in alto e in basso, portavano; e poiché la fine della prima parte della nostra spedizione era così vicina, eravamo tutti di ottimo umore.
Era appena tramontato il sole e io, smesso di lavorare, mi dirigevo verso la mia cuccetta, quando mi prese voglia di una mela. Corsi in coperta. I marinai di gaurdia erano tutti a prua a spiare l'apparire dell'isola. Il timoniere stava attento alle vele e intanto fischiettava dolcemente. A parte il fruscio delle acque contro la prua e i fianchi della nave, era questo l'unico suono che si udisse.
Entrai nel barile con tutto il corpo, e trovai che mele non ve n'erano quasi più; ma stando lì dentro al buio, cullato dal rullio della barca e dal mormorio dell'acqua mi sarei presto addormentato se qualcuno dalla pesante corporatura non fosse venuto a sedersi rumorosamente contro. Il barile ebbe una scossa quand'egli vi urtò con le spalle, e io stavo per saltar fuori, allorché costui cominciò a parlare. Era la voce di Silver; mi bastò udire dieci parole, che per tutto l'oro del mondo non sarei più uscito; e rimasi lì, tutto tremante, in ascolto, preso tra curiosità e spavento; poiché da quelle poche parole avevo capito che la vita di tutti i galantuomini a bordo dipendeva unicamente da me.

[Robert Louis Stevenson, L'Isola del Tesoro, Milano, Mondadori, 1994, pag. 69-70]

05/08/13

Il muschio e la rugiada

Al profumo del pruno
sbuca improvviso il sole -
Sentiero tra i monti.

(Basho)


[Mario Riccò, Paolo Ligazzi (a cura di), Il muschio e la rugiada. Antologia di poesia giapponese, Milano, BUR, 2010, pag. 107]

29/07/13

Il banchiere anarchico

Che cosa vuole l'anarchico? La libertà - la libertà per sé e per gli altri, per l'umanità intera. Vuole essere libero dall'influenza o dalla pressione delle finzioni sociali; vuole essere libero così come quando nacque e venne al mondo, che è come in verità dovrebbe essere; e vuole quella libertà per sè e per tutti gli altri. Ma nemmeno in Natura sono tutti uguali; alcuni nascono alti, altri bassi; alcuni forti, altri deboli; alcuni intelligenti, altri meno... Ma tutti possono essere uguali da lì in avanti; solo le finzioni sociali lo impediscono. Erano quelle finzioni sociali che dovevano essere distrutte.

(Il banchiere anarchico)

[Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico e altri racconti, Bagno a Ripoli, Passigli, 2005, pag. 23]

15/07/13

L'assassinio di Roger Ackroyd

«E ora, messieurs et mesdames» riprese rapidamente Poirot «proseguirò con quanto stavo per dire. Dovete capire bene questo: io intendo arrivare alla verità. La verità, per quanto a volte possa essere terribile, è sempre una meta affascinante. Io sono vecchio, forse le mie facoltà non sono più quelle di una volta ...» A questo punto si aspettava un coro di proteste. «Forse è l'ultimo caso che tratto. Ma Hercule Poirot non può chiudere la sua carriera con un fiasco. Vi assicuro che intendo scoprire la verità e la scoprirò a dispetto di tutto e di tutti.»

[Agatha Christie, L'assassinio di Roger Ackroyd, MilanoMondadori, 1979, pag. 119]

08/07/13

Il prezzo della disuguaglianza

Le società caratterizzate da una diffusa disuguaglianza non funzionano in modo efficiente e le loro economie non sono né stabili, né sostenibili nel lungo periodo. Quando infatti  un gruppo di interesse ha troppo potere, riesce a fare in modo che la politica operi a suo vantaggio, più che a beneficio dell'intera società. Quando i più ricchi usano il proprio potere politico per favorire eccessivamente i grandi gruppi sottoposti al loro controllo, le entrate di cui la collettività avrebbe estremo bisogno vengono dirottate nelle tasche di pochi, invece che messe a disposizione di tutti.

[Joseph E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, TorinoEinaudi, 2013, pag. 143-144]

01/07/13

Il giocatore

Nulla ci può essere di più assurdo, oggigiorno, della morale! Oh, gli uomini soddisfatti di se stessi, con quale orgoglioso compiacimento sono pronti, quei chiaccheroni, a pronunziare la loro sentenza! Se sapessero fino a che punto io stesso capisco tutto quanto c'è di ripugnante nella mia attuale situazione, non muoverebbero certo la lingua per darmi insegnamenti. E poi, che cosa possono dirmi di nuovo, che io già non sappia? Ma si tratta forse di questo? Il fatto si è che basta un giro di ruota per cambiare tutto, e quegli stessi moralisti verrebbero per primi (ne sono convinto) a rallegrarsi con me. E allora non mi volterebbero le spalle come fanno adesso. Ma me ne infischio di tutti loro!

[Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, Milano, Bompiani, 1985, pag. 143]

24/06/13

Il giro del mondo in ottanta giorni

Un buon inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa seria come una scommessa, - ribatté Phileas Fogg. - Scommetto, contro chi vorrà,  ventimila sterline che farò il giro della terra in ottanta giorni al massimo, ossia millenovecento ore o centoquindicimiladuecento minuti. Accettate?
- Accettiamo, - risposero i signori Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph, dopo essersi consultati.
- Bene, - disse Mr. Fogg,  - il treno di Dover parte alle otto e quarantacinque: lo prenderò.
- Questa sera stessa? - domandò Stuart. 
- Questa sera stessa, - rispose Phileas Fogg.  - Dunque, - soggiunse consultando un calendario tascabile, - poiché oggi è mercoledì 2 ottobre,  dovrò esser di ritorno a Londra, in questo stesso salotto del Reform Club, sabato 21 dicembre, alle otto e quarantacinque della sera, altrimenti le ventimila sterline depositate a mio credito presso i Fratelli Baring vi apparterranno, signori, di fatto e di diritto. Ecco un assegno per l'importo di tale somma.
Immediatamente i sei cointeressati redassero e firmarono un verbale della scommessa. Phileas era rimasto impassibile. Certo, non aveva scommesso per sete di guadagno,  e  quelle ventimila sterline, ossia la metà del suo patrimonio, le aveva arrischiate soltanto perché prevedeva che avrebbe potuto dover spendere l'altra metà per condurre in porto quel difficile,  per non dire inattuabile, progetto. I suoi avversari, invece, parevano emozionati, e non per  il valore della posta, ma perché  si facevano come uno scrupolo di lottare in quelle  condizioni.
In quel momento suonavano le sette. I compagni proposero a Mr Fogg di sospendere il whist perché potesse attendere ai preparativi della partenza.
- Sono sempre pronto! - rispose l'impassibile gentleman e, dando le carte, disse:
- Scopro quadri. Tocca a voi, signor Stuart.

[Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni, Milano, BUR, 1980, pag. 39]

17/06/13

Bucoliche

Titiro

Potevi tuttavia riposare qui con me per questa notte
sulle foglie verdi: ho mele mature,
castagne molli e formaggio abbondante,
e già di lontano fumano i tetti delle cascine
e più grandi scendono dagli alti monti le ombre.

(Egloga I, vv. 79-84)

[Publio Virgilio Marone, Bucoliche, MilanoGarzanti, 1981, pag. 11]

10/06/13

Fuga da Bisanzio

L'anno scolastico termina generalmente con la fine di maggio, quando le Notti Bianche arrivano in questa città per restarvi per tutto il mese di giugno. Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d'ore - un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada, e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d'oro, prendono l'aspetto di un delicato servizio di porcellana. C'è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l'acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c'è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove l'uomo non fa più ombra, come l'acqua.

(Guida a una città che ha cambiato nome)

[Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, MilanoAdelphi, 1987, pag. 69]

03/06/13

La letteratura in pericolo

Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell'adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio. Non credo di essere l'unico a pensarla così.
Più densa, più eloquente della vita quotidiana ma non radicalmente diversa, la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola a immaginare altri modi di concepirlo e di organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all'infinito questa possibilità d'interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Ci procura sensazioni insostituibili, tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello. Al di là dall'essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura promette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano.

[Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, Milano, Garzanti, 2008, pag. 16-17]